A presto…molto presto

Posted: 14 gennaio 2012 in non classificato

Là sotto da piccolo ero convinto che ci fosse Miss Milù, una vecchina minuscola, alta 10 centimetri al massimo, con la crocchia in testa e odore di gatto. Veniva a darmi la buonanotte dal fondo del letto, buio, e poi tornava lì buona buona. Non abbiamo mai fatto tante chiacchierate. Non ne abbiamo mai avuto bisogno.

Là sotto da grande non ho mai voluto guardare. Perché sapevo che lei non ci sarebbe più stata e che ero da solo. Ogni tanto stavo da dio da solo là sotto, certe volte meno.

Là sotto adesso ci sei tu. Ti ho visto sotto quella luce bellissima. Con i tuoi occhi bellissimi. Le tue labbra bellissime leggermente piegate in un sorriso bellissimo. Il tuo corpo là sotto. Il tuo amore là sotto. Il nostro mondo là sotto.

Ci starei per sempre là sotto. Con una vecchina alta dieci centimentri che puzza di gatto, anche da solo (ma non sempre) ma soprattutto con te.

L’amore è cieco, ok. Talvolta sordo, va bene. Addirittura arriva ad essere pure muto. Ma certe volte diventa proprio accallonato. Chiediti sempre se ne vale davvero la pena. E se la risposta è NO, sii coraggioso.

No, non voglio rubare il mestiere a chi di aforismi recentemente ci campa (meritatamente direi). Ma questo status su facebook mi è venuto fuori spontaneo come un ruttino inaspettato. La cosa più apprezzata (e una delle più commentate) che io abbia mai visto sulla mia bacheca. La cosa più ovvia che si possa dire in merito all’amore. La cosa così semplice e inconcepibile quando si è innamorati. Infatuati. Fissati.

Vale sempre la pena amare e tentarci. Ma bisogna valutare e capire che quando sono più i contro che i pro c’è qualche problema. E nel viverla indirettamente attraverso qualche persona che conosco…ecco il ruttino inaspettato.

  • Nutro un certo timore nel tornare in palestra lunedì dopo quasi due settimane che non ci metto piede. Salirò sulla bilancia dopo i gozzovigli di queste feste? La risposta è NO, SI. Fino all’ultimo rifiuterò di fare il passo verso quel numero a due cifre (speriamo sia ancora a due cifre) ma poi so che succederà. Mi attrae come una calamita: non appena vedo allo specchio il solco del muscolo nel braccio, corro a pesarmi come se il display mi dovesse dire “wow, che gnocco!”. Povero me.
  • Il 2012 è iniziato benissimo. Ho passato due giorni di vera vacanza: testa vuota e pancia piena. Riposo assoluto, nessuna tristezza da solito primo giorno dell’anno. Quest’anno, a parte indossare la mutanda rossa, ho fatto tutto ciò che ho scritto: calendario bruciato, lenticchia cruda e piatto rotto. Una bella serata con un gruppetto di amici e amiche e poi a ballare in discoteca. Come fosse un qualunque bel sabato sera. Meno male. E ho riacquistato la serentità che avevo perduto da secoli. Sembra che ora sia tutto davvero leggero. Vediamo.
  • Sto per iniziare un tour de force lavorativo da paura, ci sono in ballo cose importanti (ormai sempre più importanti) e il tutto culminerà la prima settimana di Aprile. Dopo di che si parte in vacanza all’estero. Dopo due anni era ora. Destinazione: LONDRA. Again, why not? Ho deciso di coccolarmi, è inutile spingere fino quasi a scoppiare se poi arrivo alla meta (cazzo se ci arrivo!) moribondo.
  • Ho deciso che quest’anno sarò ancora più chiaro con la gente. Il che significa che sarò anche un po’ meno gentile. Preferisco evitare ambiguità e confusione, tutto qua. Più di una persona in quest’ultimo periodo ha sostenuto che il mio modo di fare (in passato) è stato seduttivo. Ci avrei provato, in sostanza. La cosa mi fa ridere, anche perché le persone che l’hanno sostenuto ci hanno tratto dei vantaggi dal dirlo (e poi sono persone sexy come ciabatte di legno), però dico sempre “se lo dice uno pazienza, se lo dicono in due un problema c’è”. Ecco: da oggi in poi nessuno avrà più dubbi, perché il sottoscritto sarà meno schietto nei complimenti e più distante nella forma. Mi spiace per chi magari meritava un po’ di sosegno all’ego, ma è meglio punirne uno per educarne cento. Non sono il parafulmine di nessuno, mai e in nessun caso.

Ci arrivo col magone a scriverlo, perché quando mi guardo indietro non riesco a vedere solo cose brutte o cose così belle da non doverne neanche parlare: mi guardo indietro e vedo giornate, persone, azioni e esperienze che mi hanno portato fin qui. E dico comunque grazie: a chi ho incontrato, a chi ho salutato con un addio, a chi mi ha fatto del bene e a chi ha cercato di farmi male, ai posti che ho visto, ai libri che ho letto, alle lacrime e alle risate, e alla mia famiglia d’origine per esserci quando serve ma soprattutto alla famiglia che mi sono scelto ormai quattro anni e mezzo fa e che mi sostiene senza condizioni insegnandomi cos’è l’Amore vero.

Prima di conservarla, agenda alla mano, ecco cosa resta di questo 2011:

GENNAIO: il mese della grande soddisfazione di mettere in scena “El Club Silencio” (sabato 22 e domenica 23, mostra di arti visive che si è dimostrato vincente sia nella carta che nel concreto) e di preprarare “I Monologhi della Vagina” che è andato in scena il 14 FEBBRAIO e che ha assorbito tutto il mese in un gran dispendio di energie (ma ne è valsa la pena perché è stato un successo da qualsiasi parte lo si guardi). Da MARZO a tutto MAGGIO è stato solo lavoro, lavoro e lavoro: mille laboratori, prove di spettacolo e spettacoli veri e propri (il 29 maggio ho visto “Macadamia Nut Brittle” di Ricci/Forte e sono stato meravigliato). A GIUGNO ha debuttato lo spettacolo per il quale ho sacrificato 200 ore della mia vita più estenuanti viaggi e sessioni di prova (per ottenere poi solo 3 repliche e una truffa da 4mila euro). A LUGLIO salta senza tanti complimenti “Holy Peep Show” di LucidoSottile nel quale dovevo recitare: è la goccia che fa traboccare il vaso e io (provatissimo dall’inculaa colossale del mese prima) mi chiedo seriamente se valga la pena continuare a fare questo mestiere, al quale finora ho dato anima e corpo come a nient’altro e a nessun altro nella mia vita. Il 5 AGOSTO alle 21.30 vado in scena (assolutamente controvoglia) con la seconda versione di “El Club Silencio” e la vivo così bene che alle 23.30 mi sento rinato, non ho più dubbi che valga la pena dedicarsi al teatro. So che non è facilmente comprensibile, ma grazie a questo spettacolo e ai successivi 3 della rassegna di Baratto Teatrale fatta nella mia città, ho ritrovato la luce dopo due mesi che ho passato abbastanza vicino al mio suicidio artistico. E a poco è servita la presenza di amici attorno a me (compresa Lara che d’estate è venuta a trovarmi da Londra ogni mese) perché da SETTEMBRE a NOVEMBRE la difficoltà l’ho vissuta a livello personale (il blog ha preso una piega strana, da bimbominkia desperado, ma stavo male, davvero malissimo, bordeline, un disagiato) e contemporaneamente ho preparato uno spettacolo (“La Cena“) che mi ha portato a Milano e Genova (dal 26 al 31 ottobre) con un gruppo di lavoro molto sereno, che mi ha fatto stare bene e ho allestito le overture della rassegna di teatro contemporaneo a San Sperate che la mia compagnia ha portato a casa con successo. E finalmente “Holy Peep Show” di LucidoSottile va in scena (24, 26, 27 novembre) e io la vivo come una bella e giusta rivincita per tutti. DICEMBRE è stato il mese di “Snuff, pornografia allo stato impuro – precum” (venerdì 16). Troppo presto per parlarne ora, ma si sta rivelando fondamentale a livello professionale. E a livello personale? Riserbo assoluto.

E ora che la mia vita è già organizzata e impegnata fino a fine Aprile 2012, voglio salutare come si deve questo 2011 che nel bene e nel male mi ha portato fin qui, a fare ciò che faccio e ad essere ciò che sono.

Che tutto ciò che facciamo agli altri, ci venga reso 100 volte di più. Questo è l’augurio più equo e giusto, perché sistema i buoni e i cattivi in una botta sola, no? Salutate come si deve questo bel 2011 e accogliete bene il 2012. Io lo farò.

Siccome non sono un tipo scaramantico (sic), anche quest’anno espleterò alcune ritualità che ormai fanno parte del mio 31 dicembre – 1 gennaio. E speriamo, come già ho scritto, di porre fine al solito anno pari = sfiga.

31 DICEMBRE

Rompere il piatto vecchio a mezzanotte. Con tutti quelli rotti durante l’anno (coi bicchieri, ovviamente) non mi sono già portato avanti col lavoro?

Bruciare il calendario dell’anno finito. Lo faccio ogni anno, di pomeriggio-sera. Prima lo sfoglio, leggo cosa ci ho scritto sopra: spettacoli, avvenimenti importanti….è finito da un sacco il tempo delle Frasi da Calendario.

Indossare la mutanda rossa. Non che mi abbia portato mai particolarmente bene. Tra l’altro ho delle mutande rosse improponibili.

Mettere le lenticchie in tasca per tutto il veglione. Crude. E distribuirle a chi passa il capodanno con te. Ricordo la prima volta che l’ho fatto, nel capodanno 2001-2002. E non vi dico come ho passato il primo gennaio. Diciamo che funziona alla grandissima come cosa. Giuro.

Nel capodanno 2006-2007 ho fatto il rito de La Doce Uvas. Funziona. Ma ero a Valencia. Dubito a Cagliari abbia qualche valore. Provo con i Dodici shottini di mirto?

1 GENNAIO

Svegliarsi con la consapevolezza che hai 365 giorni prima del prossimo capodanno. Non sei che all’inizio di un anno. Non mette allegria la cosa, no?

Piangere per tutto. L’anno scorso ho pianto quand’ho visto il trailer di “Pina 3D” di Wim Wenders, ho pianto perché avevo litigato (ma davvero!?) con la mia (ormai ex) dolce metà, ho pianto perfino quando è ripartito un amico della mia amica Lara (un tizio che ho visto 3 volte nella mia vita e che non mi sta neanche particolarmente simpatico) e ho pianto per aver speso al cinema 7 euro per vedere “Natale in Sud Africa” (ma per amicizia questo e altro). Un anno piansi per “Pleasenville” su Italia 1. Un altro anno per un ballo di gruppo in un paese. A capodanno divento un vitello… da macellare.

Vediamo quest’anno come va.

Oggi mi sono svegliato di pessimo umore.

Sarà che sono andato a letto immerso nella stesura del “pezzo” che Francesco mi ha mandato : una bomba. Una bomba di emozione e di sensazioni. Ecco perché decisi di portare sul palcoscenico quelle parole (teatralizzandole): perché è un testo universale che parla anche di me, parla di tutti. E anche questo giro Francesco ha fatto centro secondo me. Non so perché non si apra un bel blog suo e non gliel’ho chiesto, intento com’ero ad asciugare i lacrimoni. Dice che gli piace come scrivo e ciò che esprimo. E poi lo proteggo: non si chiama Francesco e forse non è neppure un uomo. A qualcuno dissi che ero io. Ma la verità è che non rivelerò mai e poi mai chi è Francesco: è stato troppo generoso con me per meritarsi una banalizzazione così.

Oggi mi sono svegliato di pessimo umore.

Sarà che ho sognato che tra due mesi esatti al prossimo spettacolo di Ferai Teatro (che ancora non abbiamo rivelato) il pubblico va via appena al prologo. Più che un sogno un vero incubo: la gente non è minimamente interessata e se ne va. Punto. La cosa inquietante è che sul pavimento restano un sacco di capelli. Proprio ciocche di capelli. Da paura. Non posso sapere che significato può avere la cosa perché qualunque “interprete” dei sogni ha sempre a che fare con capelli del sognatore che cadono, che si sporcano, che vengono tagliati…io ho sognato che un pubblico annoiato lascia il teatro gremito di capelli. Che schifo e che inquietudine. Ma la cosa principale è che un mio spettacolo veda il pubblico abbandonare la sala.

Oggi mi sono svegliato di pessimo umore.

Sarà che se c’è una cosa che odio è essere preso in giro e ormai ho perso il conto di quanta gente e da quanto tempo vengo preso in giro. Perché sono così vulnerabile nei sentimenti? Perché sono così cretino? Mi dispiace quando vengo preso in giro, perché significa che qualcuno mi ha reputato indegno di rispetto, ma quel che è peggio è che lo sono stato. Ho 28 anni e mezzo e mi sento sempre un tredicenne. Ma si può? In faccia ho la scritta “idiota” e sulle spalle “prendimi a calci in culo” e non importa quanti propositi mi faccia ogni volta, perché ci casco sempre. Mi dico sempre che no-questa-potrebbe-essere-l’ultima-occasione-della-vita; oppure diamo-un’altra-possibilità; oppure ancora ma-si-questa-persona-merita-di-entare-nel-mio-cuore. E poi? Poi finisce sempre che le persone fanno solo i loro comodi. È come una festa affollata: si prende ciò che c’è da prendere e quando c’è da dare, restano in pochissimi.

Oggi mi sono svegliato di pessimo umore. Ma l’umore può sempre cambiare, no?

Da oggi riprendo a tempo pieno (cioè 18 ore su 24) la mia attività lavorativa. Ga’ dice che il lavoro che facciamo ci ha sempre e solo dato soddisfazioni, anche nella fatica ci ha sempre ripagato, ne è sempre valsa la pena. Ha ragione. E ha ragione anche quando mi dice che quando lavoro sto bene, perché sotto sotto so che, al contrario delle persone, il teatro non mi deluderà mai. Perché il teatro sono io. Io al meglio di me. Ga’ ha sempre ragione.

Francesco vuole che parli di lui. Che legga, riveda e pubblichi i suoi pensieri. Lo farò.

Ecco cosa mi disse (l’ho portato perfino in scena durante SNUFF – PORNOGRAFIA ALLO STATO IMPURO, PRECUM : http://andreaibbamonni.wordpress.com/2009/04/20/io/

A breve scriverà ancora, ancora e ancora.

Sempre uguale mai.

Posted: 26 dicembre 2011 in ho visto/ho letto/ho ascoltato
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Parole che ho cancellato dal vocabolario
ce ne sono una dozzina e anche di più
Ho cominciato da quelle
che si sa che son delle bugie
come per sempre
che fondamentalmente è uguale a mai

E tu ti permetti di tornare in auge
dopo così poco tempo
Neanche fossi un movimento artistico, una moda, una mania

E poi come diavolo ti vesti?
Io che ti ho sposata senza anelli
ed eri bianca
e avevi tante cose per la testa
E poi ricordo avevi tutti gli occhi illuminati
e mi leggevi tante poesie

E una notte che mi illuminavi, ho pensato qui non manca niente
anche se non è così

E a tutti i baci che mi hai dato
ho dato un peso
Così da non farli andare via

daidaidida…

Poi mi hai detto che hai pensato che volevo divorziare
perché ti ho trattata male
solo che una settimana fa

Sapessi il male che mi hai fatto,
quando mi hai cacciato a calci in faccia
da una vita che pensavo fosse solamente mia
Ma si sa che tutto quello che si sa e che si conosce
spesso dista dalla verità

Così ho finito con il cancellare, oltre le parole, le persone che dicono bugie

A tutti i baci che ho voluto dare un peso, è bastato un soffio per andare via…

Daidaidida…

Mi sento un sopravvissuto. Ma non è andata così male in fondo.

Mi sento un sopravvissuto perché ho mangiato tanto, perfino troppo e sono riuscito a non litigare con i miei. Dopo quasi due mesi di dieta e palestra ho lo stomaco e tutto l’apparato digerente di una top model tredicenne, aver stramangiato (ieri notte ho dato il peggio e me ne pento) non ha giovato affatto. Se sono vivo lo devo a qualcuno che lassù mi protegge. Ma ancora di più mi sento un sopravvissuto perché non ho litigato coi miei! Neanche quando hanno cianciato di teatro, di recitazione e di cinema; neppure quando hanno sparato cazzate sulla politica di Berlusconi e su quella di Monti, disquisendo sull’importanza delle missioni militari all’estero; mi sono trattenuto quando per l’ennesimo Natale mia madre ha raccontato i medesimi aneddoti alle medesime persone che ostentavano il medesimo stupore; ho fatto finta di nulla quando un commensale ha osato dire che solo se sei vestito Alviero Martini e Gucci sei vestito decorosamente. Mi stavo per trasformare in un super sayan e sono andato via. Ok, forse i sopravvissuti alla fine sono loro e non io.

Ma non è andata così male in fondo dato che non s’è ripetuta la follia dello scorso anno (clicca qui se vuoi leggere com’è andata). Solo io mi vedo uno straccio emotivamente e fisicamente provato da questi due giorni di gozzovigli? Mi son fatto una foto con la webcam e ho avuto paura. No, non lo rifarò. Presentabile come un manifesto sulla castità firmato da Cicciolina. Poi vado su facebook e scopro di non essere l’unico emotivamente provato. È tutto un criticare e contestare e contrastare queste feste. Si si, la gente fa tanto i Grinch, ma poi i regali li ha scartati lo stesso. Coerenza.

P.S: non ho mai visto il film “Il Grinch”. È così grave?

ANTEFATTO - Cenone della Vigilia a casa di Consuelo, insieme a Ga’. Praticamente i tre vertici di Ferai Teatro allo stesso tavolo. Si mangia di gusto, si beve come poche volte (vini eccellenti). Dalle 23 circa, non si parla che di lavoro.

Ore 00:06 - Alessio mi manda un sms con scritto “Tanti auguri comunque”. E io cado dalle nuvole, perché ormai sono immerso in calcoli SIAE e campagne pubblicitarie per i prossimi spettacoli. Era inevitabile che accadesse, conoscendomi. Rispondo all’sms imbarazzato, guardo gli altri e dico “E comunque auguri, buon Natale” con l’aria di chi dice “Mi passi l’acqua?”. La risposta degli altri è stata “Auguri” con l’aria di chi dice “Ecco l’acqua”. E si torna a parlare dei prossimi progetti teatrali imminenti. Stachanov ci fa un baffo.

Ore 02:36 - Dopo aver aspettato sveglio per fare una telefonata che non ho fatto (e non aggiungo altro che è meglio), decido di spegnere pc e cellulare e andare a letto a leggermi Harry Potter e il prigioniero di Azkaban per la millesima volta. Tutto va alla grande, lo scaldasonno è acceso da ben cinque ore, le lenzuola hanno raggiunto la temperatura di 76° che volevo: è Natale insomma.

Ore 09:04 - Sono stato invitato al compleanno di Mina. La cantante abita in un condominio in cui non ci sono pianerottoli, perché le scale condominiali passano per i soggiorni degli appartamenti. Quindi passo momenti di imbarazzo a entrare nelle case altrui dato che la signora della canzone italiana abita all’ultimo piano. Arrivato a destinazione, per ingannare il tempo mi metto a ballare ed ecco che arriva lei, bellissima, rossissima, accenna un ballo scatenato e poi si siede sul divano. Non so perché mi ha invitato, non ci conosciamo in effetti, e non so perché scopro che è un uomo. Si toglie la parrucca rossa ed è un signore di settant’anni, simpatico e alla mano, con una bella voce, ma cazzo Mina è un uomo! La guerra è finita finalmente e non capisco perché i soldati che ci scortano in nave e ci portano verso la libertà sulla stiva si divertono a sparare contro di noi per farsi due risate mentre sgambettiamo. Dall’alto veniamo bombardati, la nave sta per affondare, ma nonostante il freddo io suggerisco a Ga di buttarci in acqua e raggiungere la terraferma che non sembra poi così lontana. Siccome il mare di notte mi fa paura, spunta la luna. Siccome mi fa paura lo stesso, raccomando l’anima a dio o chi per lui, prendo il viso di Ga’ tra le mani e gli dico “Ci vediamo a riva amore, a riva! A riiivaaaaa!”. Snuff ci ha dato tante belle sddisfazioni appena 9 giorni fa. Il pubblico era più di quanto il teatro potesse contenere, erano tutti entusiasti dell’evento, noi assolutamente appagati e soddisfatti artisticamente. Si deve replicare. La scenografia non è pronta, il cast sta cazzeggiando, il teatro è un buco. Non so da che parte girarmi, sono nero, avvilito, incazzato, ne va della mia carriera e tutto è sulle mie spalle. Assurdo!

Ore 09:05  – Realizzo che erano tutti sogni. Si, ieri notte ho decisamente mangiao molto molto pesante. Mi preparo per il pranzo di Natale a casa dei miei genitori. Speriamo bene.

….continua

Niente bilanci, niente promesse, niente speranze, niente di niente.

Ho tutto ciò che mi serve, questo basta. Tutto quello che voglio? Giammai lo avuto, giammai ce l’ho, giammai l’avrò e lo vorrò. Perché poi non mi resterebbe ragione per cui vivere.

Basta pesare, basta promettere, basta sperare, basta e basta. Ora si vive, si vive di brutto, si vive guardando avanti e non indietro. Si vive sfidando per l’undicesima volta l’anno pari che-di-solito-mi-porta-sfiga.

1992-1994-1996-1998-2000-2002-2004-2006-2008-2010

Questo 2012 no. Col cazzo. Per cui, caro Babbo Natale, Gesù Bambino o chi per voi, quest’anno il regalo ve lo faccio io, da voi non voglio nulla. Grazie del pensiero. In quanto ad amici e parenti che si premureranno di donarmi qualcosa, evitate accuratamente:

  1. LIBRI – tanto i miei gusti non li conoscete da secoli, e poi il libro è qualcosa di molto personale ormai, il libro regalato mi sembra imposto e quindi difficilmente mi verrà voglia di leggerlo (se poi riuscissi a staccarmi da Harry Potter, dato che sto rileggendo l’intera saga per la quinta volta…);
  2. ABBIGLIAMENTO – non ci avete (quasi) mai azzeccato, non ci sono ragioni affinché questa sia la volta buona;
  3. TAZZE – avevo 16 anni cazzo. Ne sono passati ben 12 (dodici!) e da allora non colleziono più tazze. Né bustine di zucchero (che per fortuna nessuno mi ha mai regalato);
  4. CALENDARI – soprattutto quelli di personaggi famosi con orribili foto giganti e i numeri minuscoli;
  5. CD – ascolto musica di merda, fatevene una ragione.

Tutto il resto è ben accetto. Soprattutto le mutande: quelle non bastano mai.

update

ore 1.27 – Mi hanno regalato un calendario. Rivediamo il punto 4. Questo ha metà paginona di foto e l’altra metà di caselle dei giorni, nulla da dire. Le foto sono bellissime, nulla da dire. Per di più il personaggio famoso sono io, nulla da dire.

Caro Babbo Natale,

sto per andare a fare animazione teatrale al microcitemico, dove tanti bambini terminali passeranno il Natale. Non è la prima volta che ci vado e ciò che mi ha impressionato di più non sono loro (loro sono bambini che vivono l’unica realtà/dimensione che conoscono, stanno “bene”) quanto i loro genitori. Quella è la faccia della disperazione. Mentre noi facciamo i buffoni e il loro figlio ride e si diverte, seppure affaticato, mamma e papà guardano quelle faccine smunte e si imprimono nella memoria quella che può essere una delle ultime risa del sangue del loro sangue

E io starò lì, vestito da elfo di Babbo Natale, con la mia voce in falsetto a fare l’idiota e a cercare di strappare quello che può essere l’ultimo sorriso di una creatura. E penserò: sono sato fortunato, finora.

Caro Babbo Natale, devo aggiungere altro?

Dedicato a chi per salire su deve buttare giù qualcun altro

Dedicato a chi spara merda sperando così di apparire più pulito

Dedicato a chi si arrampica sugli specchi cercando di salire più in alto

Dedicato a chi sparla sperando di confondere l’interlocutore

ma anche

Dedicato a chi ci crede

Dedicato a chi guarda il dito che indica la luna

Dedicato a chi spera di superare il dolore con l’odio

Dedicato a chi sceglie il male minore

Facendo i conti in tasca (leggi “cuore”) non sempre ci si raccapezza. Bisogna aspettare. Prendere tutti i respiri di sorta. Usare pallottoliere, calcolatrice scientifica. Anche carta e penna.

La coppia esiste quando esistono i singoli che la formano. Se manca uno mancano i due. È difficile. Oppure molto più semplice di quanto pensiamo che sia. Ecco perché è tutto così complicato.

Quoto:

Devo pensare, devo riflettere. 

Devo fare i conti in tasca e vedere 
se quello che mi aspetta
è ciò che voglio.
Nulla rimane fisso, tutto è soggetto a variazioni.
La questione principale riguarda il fatto di doversi aggrappare a lasciarsi trascinare da queste variazioni.
Cosa fare?

 

 

Caro Babbo Natale

lo so, non mi merito un cazzo. Però una cosa volevo chiedertela. Vorrei tanto l’equilibrio, la serenità. Per me e per tutto il mondo. Vorrei la forza che non ho, la coerenza che metto costantemente alla prova. Vorrei liberarmi dall’egoismo e essere davvero altruista quando me lo propongo. Vorrei la salute. Vorrei la consapevolezza. Vorrei la costanza. La chiarezza dentro e fuori di me. Vorrei poter essere felice. Vorrei che qualcuno a questo mondo fosse felice grazie a me o per lo meno vorrei che nessuno fosse triste o frustrato o dispiaciuto a causa mia. Vorrei volere meno. Vorrei la felicità per le persone che amo. Vorrei fare le scelte giuste affinché questa felicità arrivi davvero. E vorrei una macchina del tempo oppure vorrei far si che non ne abbia bisogno in futuro.

Per il resto ho tutto. Grazie.

Perché non torni dì, tempo passato?

Perché non torni dì, tempo perduto?

Quanto mi saresti stato utile, tempo, se in tempo ti avessi conosciuto.

Mi chiamo Andrea, ho sprecato gli ultimi due anni della mia vita e non intendo ripetere l’errore. Mi chiamo Andrea, ho 28 anni e non so ancora capire le persone sebbene sia mia madre che Ga’ siano in grado di farlo al posto mio, io non ci credo mai e finché non succede il patatrac li tratto come Pinocchio tratta il Grillo Parlante: di merda. Peggio per me. Mi chiamo Andrea e sono stufo di fare il parafulmine. Basta. Adesso basta portarsi dietro sensi di colpa, basta farsi trattare a pesci in faccia e sentirsi più colpevole che vittima. Perché se una persona sente il bisogno di farti stare male si merita soltanto un bel vaffanculo detto come si deve. E bada bene: se una persona si dedica solo al culto dell’apparenza ma in realtà è schifosa dentro, farà di tutto per renderti ai suoi occhi e agli occhi degli altri ciò che in realtà vede allo specchio. Non ci sto. Se mi comporto male, anche inconsapevolmente, chiedo scusa o per lo meno sto zitto. Ma adesso mi sono rotto i coglioni. Chi ti ama e chi ti ha mai amato fa di tutto per farti stare bene, non male. Chi ti ama o ti ha mai amato non vuole il tuo male, vuole il tuo bene. Chi ti ama o ti ha mai amato non sbatte la porta ma va via in punta di piedi. L’amore è una cosa bella. L’amore è una cosa facile. L’amore è una cosa spontanea. L’amore ti fa stare bene. Quando non è bello, quand’è difficile, quando non è spontaneo e ci stai male: non è amore, è il suo contrario. Mi chiamo Andrea, ho sprecato gli ultimi due anni della mia vita e non intendo ripetere l’errore.

POST SCRIPTUM: Non ho scelto una foto a caso. E chi me l’ha scattata lo sa, spero.

Nulla mi può toccare. Nulla mi deve toccare.

Ormai divento impermeabile a qualunque cosa. Devo, voglio. E pazienza se per mettere la barriera da una parte, resto scoperto da un’altra. Devo, voglio. Pazienza se faccio finta che no, non è mai successo. Devo, voglio.

No, non l’ho mai detto. No, non l’ho mai fatto. No, non l’ho mai pensato.

Devo, voglio ricacciare in fondo all’anima un potente conato di vomito. Devo, voglio cercare di volare alto sopra questa merda che cerca di giungere fino a me. Devo, voglio buttarmi sul lavoro per far sì che tutto questo diventi superfluo. Devo, voglio convincermi che il mondo reale è altro, è sempre stato altro e mi sto risvegliando. Devo, voglio.

E il mio corpo diventa simbolo, ancora una volta, di quello che è la mia anima: sempre più assotigliata, sempre più segnata dal tempo, però sempre meno morbida ma anzi sempre più dura e reattiva a quello che succede. Ormai anima e corpo quasi non li riconosco più talmente si sono trasformati.

Tra 14 ore esatte va in scena SNUFF, PORNOGRAFIA ALLO STATO IMPURO – PRECUM. E niente e nessuno mi rovinerà questa giornata di lavoro, nulla può intaccare questo spettacolo su cui ho lavorato tantissimo (che è simbolo di un periodo di transizione personale a 360 gradi), questi 80 minuti che per me saranno preziosi ed è grazie a questo snuff che mi farà morire, che io rinascerò. Ancora una volta. Per poi chissà, forse rimorire e rinascere ancora infinite volte. Devo, voglio.

7 novembre 2011 - dopo un periodo di merda in cui ho affrontato le avversità a cibo e Adele, decido di dare una svolta alla mia vita: torno davvero in palestra. Peso 88 chili. Roba da suicidio considerando il fatto che solo sei mesi prima ne pesavo 84.

7 dicembre 2011 - dopo un mese di palestra, di vita talmente frenetica da non capire più se il periodo di merda è finito oppure sta continuando in sordina, la bilancia della palestra segna 82 chili. Adele non l’ascolto più, non mangio praticamente più, se non il minimo indispensabile per reggermi in piedi.

Ma ho raggiunto l’obiettivo: arrivare a SNUFF, PORNOGRAFIA ALLO STATO IMPURO – PRECUM nella forma che desideravo. Ora devo solo superare bene le feste senza ingrassare e da gennaio cerco di mettere su muscoli.

Fiero di me e dei miei 82 chili. Mai stato così magro. Pesavo 82 chili a 8 anni forse. Ah, mia madre dice che sono alto due metri, ma che dichiaro 193 cm di statura perché mi vergogno. AIUTATELA.

Ciò che più ami al mondo non ti verrà mai strappato via.

E così è. Sempre.

Può piovere quanto vuole, ma quella sensazione, quel sentimento e quell’odore non verranno mai lavati via.

Puoi farmi del male, ma resterai sempre qui.

Può arrivare la morte, la partenza, il dolore, il tradimento, la delusione, ma non cambiare niente dentro me.

Può succedere che quel sentimento che sembrava il massimo, vada oltre l’infinito e si trasformi in qualcosa di ancora più grande.

Può succedere davvero di tutto nella vita, ecco perché la vita è bella anche quando è brutta.

Perchè comunque vada ciò che più ami al mondo non ti verrà mai strappato via.

Non so cosa ne sarà di me, perché il lavoro che faccio mi porta a vivere sistuazioni e condizioni sempre diverse: non c’è mai una routine che duri per più di due mesi dal momento che vivo in funzione dei laboratori di teatro variegati, delle prove per gli spettacoli mai omogenee e della preparazione fisica e interpretativa di personaggi sempre differenti. E questa è una delle mille ragioni per le quali amo il mio lavoro. Di contro c’è la totale mancanza di stabilità in ogni senso. Ma mi va bene così.

Non so cosa ne sarà di me, ma mi guardo indietro e mi vedo uscito da un periodo buio che è durato parecchio. E bada bene: la colpa non è di nessuno, magari è solo mia. Non posso biasimare nessuno se non me stesso. Mi sono sempre circondato di belle persone a lungo andare (nel senso che qualche frequentazione evitabile l’ho avuta, ma è durata pochissimo), per cui se ho attraversato un tunnel, l’ho fatto con le mie gambe e nessun altro. E me lo sono costruito sto tunnel, tutto da solo. Ma ora l’importante è che ne sono uscito e fondamentale è il fatto che chi è stato accanto a me negli ultimi due anni della mia vita non si sia fatto troppo male a causa mia.

Non so cosa ne sarà di me, ma so cosa sono: sono instabile, incoerente, inaffidabile ma fondamentalmente inoffensivo, introvabile se voglio, indomabile, inacidisco come la crema. Siete avvisati.

Ok, è roba da non crederci: oggi i miei genitori celebrano i loro 35 anni di matrimonio. Trentacinque. Scopro su internet che sono “nozze di giada”. Dodicimilasettecentosettantacinque (12775) giorni di convivenza. Trecentoseimilaseicento (306600) ore insieme sotto lo stesso tetto. Complimenti e grazie. Grazie per non essere finiti come Al Bano e Romina a sputarvi merda in televisione. Grazie per avermi dimostrato se non altro che ci si può e ci si deve rispettare e sostenere sempre. Grazie per essere la coppia di anzianotti che vi auguravo di diventare (così posso rinfacciarvelo). Dopo tutti questi anni insieme ve ne auguro altrettanti insieme: di più no, a un certo punto bisogna cambiare.

E io? Ecco cosa ho scritto dal cellulare su facebook alle 2.20 di stamattina sotto il piumone:

Korn flakes senza latte, harry potter e un veloce rewind di tutte le mie relazioni sentimentali finite. Un tenero sorriso mi spunta sul viso. Non sono affatto stupito di ritrovarmi single. Forse quel che mangio e quel che leggo a quest’ora sono la risposta alla domanda: perché sono single? ahahah

Patetico? No: tranquillo e sereno. Mia sorella dice scherzando che siamo maledetti di famiglia perché tutti e tre fratelli siamo single (io e le mie due sorelle); seriamente dice che siamo fortunati in tante cose e questo è un giusto prezzo da pagare. Io un po’ son d’accordo con lei, un po’ vado a comodo: quando tutto va male dico che aveva ragione Oriana Fallaci e che l’amore non esiste, è solo un contentino che si vuole dare la gente; quando tutto va bene mi dico che sono il dio dell’amore e che l’amore è l’ossigeno del mondo. Quando sono sobrio guardo i miei genitori e capisco che l’amore è stare insieme trentacinque (35) anni dandosi ancora i baci davanti ai figli e ormai la nipotina. Dodicimilasettecentosettantacinque (12775) giorni senza essere finiti come Al Bano e Romina. Trecentoseimilaseicento (306600) ore che io non avrò mai la fortuna di passare con nessuno. Auguri a voi.

Che invidia.

P.S: nella tabella online sui matrimoni, leggo che al quarto anno si chiamano “nozze di apparati elettrici”. WTF!?

Chi sputa sul passato, non se l’è mai davvero meritato.

PARLO DI AMORE, PARLO DI AMICIZIA, SENZA RIFERIMENTI PRECISI A PERSONE O SITUAZIONI, QUESTO È UN DISCORSO GENERALE. Questa mi è venuta così, adesso. E volevo esternarla piuttosto che covare il rancore, sentimento che non deve appartenermi. Sarebbe bello girare pagina senza sentimenti negativi e autodistruttivi, solo conservando ciò che di bello c’è stato…ci sto provando, ma non è facile. Forse è più comodo ricordare le cose brutte di un rapporto d’amore ormai finito o di un rapporto d’amicizia che non c’è più. Poi ti viene da pensare: se questa persona non serba belle cose, perché devi farlo tu? E la risposta che affiora spontanea e diretta, è affidata alla tua mano, non alla tua bocca:

Giusto per chiarire, il titolo del post è un omaggio simpatico a una pagina di facebook che seguo con piacere di tanto in tanto. Nessuna velleità, nessuna ambizione, nessuna derisione.

IO SONO.

Io sono Andrea Ibba Monni, ho 28 anni e mezzo (il 26 Aprile 2012 ne compirò 29) ma me ne sento almeno dieci di meno. Certe volte anche venti di meno, ma non posso dirlo con fierezza. Tra qualche anno potrei uscire tranquillamente con amici giovanissimi, dando del Lei a gente della mia età. Il rischio di essere un uomo ridicolo è alto. Perché parlo di età? Onestamente non me ne frega un cazzo di quanti anni ho o di quanti anni ha chi mi sta di fronte. Non me n’è mai importato niente. È giusto un incipit per rompere il ghioaccio.

Io sono una persona incoerente. Come tutti, ma io l’ammetto. Non ne faccio un vanto, ma non do la colpa a nessuno se non a me medesimo. Sia chiaro, l’incoerenza alla fine non esiste davvero, perché tu rispondi solo a te stesso, e nel momento in cui fai qualcosa è proprio perché volevi farla davvero. Ebbene, io sono una persona coerente, nonostante per il pensare comune io possa essere considerato tutto il contrario. Ma je m’en fous.

Io sono organizzatissimo anche nella disorganizzazione. Programmo tutto e ho un’agenda alla quale affido la mia memoria degli impegni (sempre tantissimi): ma quando decido di andare allo sbando, posso essere davvero un disastro. Posso programmare nel dettaglio il totale sfacelo della mia esistenza. Ciò che può sembrare lasciato al caso è in realtà all’interno del programma: una bevuta colossale, la fine di un rapporto umano, un ritardo a un appuntamento, la mia camera da letto. Io posso decidere tutto. Io decido tutto.

Io sono ferito. Come tutti quanti, per carità, non ho nulla di speciale addosso. Ma sono ferito, mi porto dietro tante cicatrici che sono promemoria per il futuro. Cerco anche di non guardare al passato se non per l’insegnamento che può darmi soprattutto nelle cose negative successe. E voglio ricordarmi quelle. Tendo a non avere buona memoria, soprattutto in merito al passato. Meno male che esistono le cicatrici.

Io sono un teatrante e sto ancora scrivendo la mia storia su questo blog, quindi è inutile scrivere qua ora.

Io sono una persona libera. Una persona finalmente serena. Non è mica da tutti. Che ci posso fare?


  • Ga’ e Andrea Ibba Monni di Ferai Teatro ( http://www.wix.com/ytrium/ferai) hanno ideato e creato lo spettacolo teatrale SNUFF – PORNOGRAFIA ALLO STATO IMPURO e lo presentano in versione PRECUMvenerdì 16 Dicembre alle ore 21, al Teatro Nanny Loy, in via Trentino, Cagliari, nel suo primo studio.

    — Nell’ultimo periodo stanno succedendo delle cose strane a Cagliari: prima hanno chiuso un nostro programma in radio perché abbiamo spiegato che “camp” in italiano significa “frocio”.

    Poi abbiamo fatto sold out coi “Monologhi della Vagina” al Teatro Massimo (750 posti) di lunedì e per di più nel giorno di San Valentino e i giornali non ne hanno parlato né prima, né dopo.

    Poi ancora hanno censurato senza battere ciglio lo spettacolo “Holy Peep Show” di Lucido Sottile al quale abbiamo partecipato anche noi in qualità di performers e alcuni allievi della nostra scuola di teatro di Cagliari come comparse.

    Infine, la proiezione del film di Bruce Labruce “Otto or Up with the dead people” per la rassegna “Uno sguardo normale 2011″ organizzata dall’ARC è stata vietata all’interno del cineteatro Nanny Loy.

    Sentivamo quindi l’esigenza di esprimerci riguardo alla pornografia mortale, al fatto che nei media c’è spazio per tutto, tranne che per le cose vere. Volevamo esprimerci contro il dilagante perbenismo che ci violenta ogni giorno, in un’orgia disgustosa che vuole portare alla morte culturale chi la subisce.

    In scena:

    Alex Cock

    Ilenia Cugis

    Sammhin’ Carretta

    Giulia Paderi

    Miele Caprera

    Ga’

    Sally Carpaccio

    Andrea Ibba Monni

    INGRESSO LIBERO E GRATUITO VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI

    ORGANIZZAZIONE: Ilona Staller

    COSTUMI: Jessica Rizzo

    REGIA E DRAMMATURGIA: Jeff Stryker

    TRUCCO: Linda Lovelace

    SERVICE TECNICO: Jenna Jameson

    un grazie speciale a: Arc Cagliari, Laboratorio teatrale “Il Mestiere dell’Attore” di Ferai Teatro, Compagnia Teatro “La Maschera”, Luca Cantarelli, 3Minds, Michela Cogotti, Rocco Siffredi, Moana Pozzi, Cicciolina, Silvio Berlusconi, Alessandra Mussolini.

    – info 3492380281
    Ga’ & Andrea Ibba Monni
    Ferai Teatro
    via Caprera 5/7 09045 Quartu Sant’Elena

    barattoteatrale@gmail.com
    http://www.wix.com/ytrium/ferai
    http://www.youtube.com/user/dandy4ever


Da quando tu mi hai detto addio,
la mia vita senza te
è come un fermo immagine.
Da quando tu sei andato via
è così dura la realtà
ma io sopravviverò.

Ho sbagliato tutto io
eri forte come Dio
ora so che è un’illusione…
…si, io non vivo senza te
e che mi sento fragile
ma mi vedrai cambiare pagina.

Da quando non ti sento più,
qui non c’è più musica
mentre fuori nevica.
Da quando mi hai lasciato qui
tutto sembra inutile
ma io sopravviverò.

Ho sbagliato tutto io
eri forte come Dio
ora so che è un’illusione…
…si, io non vivo senza te
e che mi sento fragile
ma mi vedrai cambiare paginaaaa, oh oh ohhh

Si, ho sbagliato tutto io
eri forte come Dio
ora so che è un’illusione…
…si, io non vivo senza te
e che mi sento fragile
ma mi vedrai cambiare pagina
oh oh
cambiare pagina
oh oh oh oh
cambiare pagina
oh oh oh oh oh oh
cambiare pagina
…pagina

Sto tornando quassù. Un po’ di pazienza…e un grazie di cuore a voi che nonostante io non scriva niente (di interessante) da tempo, ogni giorno continuate a visitare queste pagine alla ricerca di novità o anche solo di un battito.

Eccovelo.

Molti impegni, tutto qui. Voglia di me stesso e basta, that’s all.

Torno davvero tra poco.

Love you all.

Boom.

L’uovo si riempie, il vaso si colma. Straborda. Istinto di sopravvivenza. Promesse mantenute solo alla fine, coerenza quando di coerenza non ce n’è già più bisogno. Faccio ciò che avevo detto: mi faccio odiare. Va bene così. È una strada senza ritorno. Lo so. Ma adesso tocca a me prendermi le repsonsabilità e far si che le cose vadano al meglio, per il bene comune.

“Ho dato abbastanza spiegazioni, la storia giudicherà” (cit.)

Fare quello che mi fa stare meglio, sempre e comunque. Ecco. Asciugare il tuorlo e l’albume che ora sono ovunque? No, perché?

Sono io, sono solo io adesso.

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Posted: 8 novembre 2011 in non classificato
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“Io scenderò un po’ più in basso per accertarmi dell’inesistenza degli altri amori, dell’amarezza degli altri corpo a corpo nelle mie notti selvagge.”

Questo quassù è il promo di “La Cena”, uno spettacolo che ho preparato in circa 400 mila ore di prove in due mesi con Batisfera Teatro, regia di Angelo Trofa, con me in scena Emanuele Masillo. Non svelo niente, perché i lettori di questo blog prevalentemente sardi, si potranno gustare questo spettacolo a novembre nell’isola.

Si parte. Finalmente si parte. È da quasi due anni che non metto piede fuori dalla Sardegna e non vedo l’ora di cambiare aria. Tra l’altro la gestazione dello spettacolo è stata lunga ma concentrata in poche settimane di lavoro. Credo che giovedì 27 ottobre al Sipario Strappato di Arenzano (Genova) e sabato 29 al Teatro le Colonne di Milano, andrà in scena un lavoro bellissimo, ambizioso, affatto semplice.

Devo verificare se Milano mi fa davvero schifo come ho pensato quel pomeriggio che ci son passato sei anni fa. Devo scrivere il mio diario di viaggio (prossimamente su queste pagine) e godermi una mini-vacanza (ebbene si: venerdì 28 non devo fare niente per tutto il giorno, sarò a Milano in panciolle).

Il tragitto è una via crucis: oggi alle 16 Cagliari-Olbia in macchina; la nave salpa stanotte alle 22 da Olbia e arriva a Livorno domattina alle 6:30; Livorno-Genova in macchina domattina sono 2 ore; poi venerdì mattina Genova-Milano in macchina son altre due ore circa; e alla fine di tutto, domenica si fà una Milano-Livorno in macchina per tre ore; Livorno-Olbia in nave e Olbia-Cagliari in macchina con stesse durate. In sostanza: torno più stanco di prima. Ma pronto per festeggiare Halloween senza preoccuparmi della sveglia imminente il mattino dopo per le prove e con le batterie sicuramente ricaricate per affrontare gli ultimi due (impegnativi) mesi dell’anno.

Ieri con la performance Scheiße la mia compagnia, Ferai Teatro, ha introdotto lo spettacolo in programma nella Rassegna di teatro contemporaneo Tagli di Teatro – La Maschera, San Sperate. E non è la sola cosa che la mia compagnia giovane ha fatto, fa e farà.

Si, perché siamo una compagnia giovane anche se esistiamo da quattro anni e di cose ne abbiamo fatte parecchie. Ne parlava proprio ieri il monologo di Scheiße: nonostante la giovane età Ferai ha già al suo attivo 11 produzioni diverse (e altre tre in preparazione) di cui quattro sono una quadrilogia di Baratto Teatrale che ha girato e gira per la Sardegna, abbiamo avuto in quattro anni di giovane età circa 200 allievi nei nostri laboratori di teatro, il nostro giovane entusiasmo ci ha permesso di scrivere un libro scaricabile gratuitamente, e abbiamo creato un centro filmico in cui sperimentiamo anche con una giovane cinepresa. In quattro anni. E siamo considerati una compagnia giovane.

È vero, esistiamo solo da quattro anni e non c’è nulla di male ad essere considerati una compagnia giovane. Ma son stufo di sentirmi dare del giovane di una giovane compagnia da gente che coi contributi teatrali della Regione Sardegna ha fatto in 10/15 anni la metà (per essere generosi) di ciò che abbiamo fatto noi. Con un po’ di puzzetta sotto il naso magari, un po’ di spocchia.

Scusate lo sfogo, ma ce l’ho proprio qui ‘sto rospo.

2001-2011: compio dieci anni da attore di teatro.  In un paio di puntate vi racconto come è iniziata, come è andata. Nomi, cognomi, esperienze, retroscena, fatti e misfatti senza peli sulla lingua.

SEGUE... [qui la prima puntata, qui la seconda e qui la terza]

16 settembre 2003: parto per l’Erasmus, borsa di studio che mi permette di passare 9 mesi in Inghilterra a  studiare Politics secondo il mio piano di studi in Scienze Politiche. L’unico dramma vero è quello di fermarmi nel lavoro. Un anno senza teatro. E poi chi più mi vorrà in Sardegna su un palcoscenico?

Così tre settimane più tardi dal mio arrivo in quel di Lancaster eccomi alle audizioni per le tre nuove produzioni della LUTG al Nuffield Theatre. Pigrizia e timidezza vogliono che mi presenti solo a uno dei tre: “R+J”, da “Romeo e Giulietta” Shakespeare, regia di Danny Price. Si, è banale debuttare in Inghileterra con uno spettacolo così, lo so. Ma sputaci sopra…Mi trovo con 40 inglesi bravissimi a fare esercizi e training teatrali, finché Price chiede di dividerci in Montecchi e Capuleti e di inscenare improvvisamente un incontro con scontro verbale. I miei dieci anni di inglese scolastico (tre delle medie, cinque delle superiori e due universitari) mi servono a poco, saprei dire benissimo che “the pen in on the table” e “the cat is black”, ma la padronanza che ho della lingua in confronto a quei 40 che la parlano da quando sono nati è imbarazzante. Potevo pensare “Ok, I’m fucked!” e lo penso, ma il colpaccio di genio arriva quando al mio turno di improvvisazione col gruppetto di attori/attrici locali, inizio un pistolotto cattivissimo, un monologo rabbioso e cazzutissimo indirizzato a loro: in italiano. Loro diventano pietra e il regista, esaltatissimo, mi sceglie per interpretare Frate Giovanni. Non sono di certo il protagonista, ovvio, ma da qualcosa si deve pur cominciare.

Dopo due mesi di prove nelle quali ho avuto a che fare con un cast di ragazze e ragazzi preparatissimi e bravissimi, il 2 dicembre 2003 c’è il grande debutto di fronte a una nipote della Regina Elisabetta, poi si sarebbe replicato i due giorni successivi. C’è da dire che ho vissuto il mio incubo peggiore. Si, perché sotto pesantissimi antibiotici per guarire da una laringite pazzesca, e dovendo entrare in scena nella seconda parte dello spettacolo, attendo diligentemente il mio turno dietro le quinte (immense e completamente buie, nel teatro Nuffield che è di per se gigantesco), succede che mi addormento. Improvvisamente mi desto e mi affaccio per capire a che punto dello spettacolo s’era giunti. Toccava a me. Fortuna ha voluto che entrassi in scena con “soli” cinque secondi di ritardo. Epico. Ancora sudo freddo a ripensarci.

A gennaio 2004 riaprono le selezioni per altre tre produzioni, faccio i provini solo per Antigone di Jon Adams e di nuovo vengo scelto. La parte è corposa, il regista ha diviso il coro in tre interpreti e io sono uno di loro. Lo spettacolo non è granché a livello registico, ma il cast è fantastico, sono tutti bravissimi e io non credo alla fortuna che ho. Arriva marzo e decido di presentare ai soci del LUTG il mio progetto. Pinocchio: true fake! con l’aiuto del mio amico David T., italo-inglese e bilingue che da R+J in poi, non mi ha più mollato, e senza il quale la mia esperienza teatrale inglese sarebbe stata più difficile. Bene, bando alle ciance, il progetto viene approvato e mi trovo a dirigere il mio primo spettacolo da regista, in inglese, con inglesi, in Gran Bretagna. Ecco il promo dello spettacolo (parte al decimo secondo)

Sono stati due mesi bellissimi e molto divertenti, da aprile a giugno tutti i ragazzi hanno fatto da cavie alle mie idee bizzarre e le hanno vestite al meglio, sono stati pazientissimi quando ho svalvolato e hanno guadagnato un posto indelebile nel mio cuore e nel mio percorso artistico. Lo spettacolo è andato benone, la stampa l’ha acclamato, pure l’Erasmus è stato una figata e gli esami discretamente.

Ma il 16 giugno 2004 è ora di tornare a casa e di capire se il teatro sardo mi vuole ancora.

P.S: quà sotto vedete la locandina dello spettacolo e ancora più giù una foto ricordo col cast. Sorvolerei volentieri sulla mia bandana bianca, grazie.

CONTINUA...

2001-2011: compio dieci anni da attore di teatro.  In un paio di puntate vi racconto come è iniziata, come è andata. Nomi, cognomi, esperienze, retroscena, fatti e misfatti senza peli sulla lingua.

SEGUE... [qui la prima puntata e qui la seconda]

Ecco che inizia la gavetta (no, la foto sopra non c’entra nulla, lo so), quella seria, quella tosta, quella da ricordare col sorriso dopo dieci anni. Inizia con uno spettacolo per la Compagnia Teatro Santa Lucia, poche settimane dopo quel “Pinocchio” che terrorizzò metà uditorio. L’occasione venne con “L’isola che non c’è”, uno spettacolo sociale che mi proposero così su due piedi, e io mi sentivo tanto una stella nascente che aveva un’altra occasione fondamentale per la sua carriera. Il “regista” era un ragazzo balbuziente pieno di sputacchi più che di genio creativo. Il testo era una cazzata, il resto del cast un gruppo di ragazzini e ragazzine dell’oratorio. Io ero “l’emigrato africano” e affrontai la parte come se fosse il centro dell’universo. Credo che questa sia stata la mia unica e sola qualità da sempre: metterci tutto me stesso anche in una cosetta piccola piccola.

Continuavo a fare l’aiuto regista per Teatro Studio, ma fioccavano anche le richieste come attore. Ecco che una compagnia isolana mi propone un paio di spettacoli a tema religioso. Io sempre eccitatissimo mi preparo al meglio, prendo autobus e viaggio a piedi pur di arrivare a teatro in orario e resto basito dall’approssimazione, dalla superficialità e dal ritardo che i padroni di casa mettono nell’affrontare il lavoro. È imbarazzante, soprattutto ora alla luce di dieci anni di esperienze, quel modo di fare teatro. Un covo familiare di gente che fa compagnia da anni ma si odia come fosse ieri. Dispettucci e pochissimo talento artistico. Le parti vengono assegnate in base alle relazioni familiari (i “capi” sono due fratelli) e la protagonista è quasi sempre quella “cagna maledetta” (cit. Boris) della figlia/nipote dei due. Io vengo scelto perché uno dei pochi maschi ventenni in circolazione. Che culo.

Ma io mi dico: sto imparando, imparo cosa non si deve fare.

Poi arriva anche la proposta di un giovane che ha un gruppo teatrale in un paese vicino alla mia città. Allo spettacolo parteciperà anche mia madre, potremo viaggiare insieme. Noi due immersi in una realtà divertente ma assolutamente fuori dall’ambito teatrale. Questo ragazzo ha fatto il DAMS, è pieno di entusiasmo ed energie, ma si circonda di un cast in cui spicca lo zio, poi il farmacista del paese, la contadina e il proprio padre. Tutti ci mettono grande energia, ma il risultato è quello che è. Una robetta. Il ragazzo dl DAMS si perde tra un’insensata regia ambiziosissima (che senza il giusto cast è come avere un paio di pattini su ghiaccio ultimo modello in una pista di ghiaia) e la smania di lucrarci sopra. Una tristezza…

Insomma, le prime esperienze fuori dall’ala protettiva di Parodo sono state utilissime e formative benché affatto brillanti, ma il sottoscritto ha voglia di spiccare il volo e al secondo anno di università, quasi per caso viene a conoscenza della borsa di studio Erasmus e nel settembre 2003 (il 16) vola a Lancaster, in Inghilterra per nove mesi. Lontano dal palcoscenico? Non sia mai.

CONTINUA...

Viva la ciccia, abbasso i fisici figli della dieta ferrea e dell’anoressia sfiorata o perseguita. Per carità, non direi mai e poi mai nulla contro qualche curva in più, soprattutto nel mondo delle celebrities e soprattutto in tempi in cui i giovani hanno un rapporto col cibo abbastanza difficile: ma per favore, qualcuno dica a Christina Aguilera che non può continuare a vestirsi come quando aveva vent’anni e zero figli.

Non smettere mai di farsi domande. Ecco la mia forza e la mia debolezza. Coltivare il dubbio, riflettere. What if…

Perché una storia d’amore finisce? Come si può arrivare a lasciarsi? L’amore può essere davvero soffocato da immotivae gelosie e rabbia repressa? E perché bisogna per forza far diventare odio ciò che è ancora amore? Perché cercare a tutti i costi di detestare la persona che fine a poco tempo prima era la nostra ragione di vita? Come le si può augurare il male se ci lascia perché si dichiara fragile e impreparata a condividere in questo modo questo amore?

Amore…esiste l’amore? O è soltanto un’illusione, una gomma da masticare – come diceva Oriana Fallaci – a chi ha di cosa lagnarsi nella vita? Non lo so. Io non ho la risposta a tutte queste domande, posso solo fare congetture e credere (e mettere in pratica) la coerenza dei sentimenti: per me il sentimento prescinde dalle parole o dalle azioni che una persona compie nei miei riguardi. Puoi fare e dire ciò che vuoi, ma i miei sentimenti per te non cambieranno mai, neanche se dovessi amare o odiare altre persone dopo di te. Perché ciò che sento per le persone è esclusivo, non può essere toccato dallo scorrere della vita.

Perché la vita scorre, noi con lei. E solo le montagne non si incontrano mai.

Cosa resta…

Posted: 6 ottobre 2011 in non classificato

una merda che non voglio più che ricominci. MAI. Addio.

Quando inizierò davvero a scrivere i cazzi altrui e pure i miei, allora sarò davvero alla frutta, anzi: all’ammazzacaffè.

Esorcizzare: scongiurare tentare di allontanare qualcosa di negativo. (fonte)

Cosa sto facendo:

  • laboratorio teatrale “Il mestiere dell’Attore” – due corsi a Cagliari: base e veterani, come insegnante;
  • laboratorio “La Maschera” – a San Sperate, come insegnate;
  • prove per “Chi è senza peccato”, come regista e attore;
  • prove per “Snuff – pornografia allo stato impuro”, come regista e autore;
  • prove per “La cena”, come attore (tournée a fine mese a Genova, Milano, Torino e forse Novi Ligure”;
  • prove per “senza titolo” (devo ancora deciderlo), come regista, attore e autore.

Secondo voi, ho il tempo per fare altro se non cazzeggiare e guardare le repliche di “Uomini e Donne” su La5 ogni sera alle 23.05? Ho davvero tempo per dedicarmi ad altre persone che non siano il sottoscritto? Ma magari…

Questo post è classificato nella categoria di questo blog: scemo chi legge. E ho detto tutto.

Lo so, sto esagerando.

Il mio blog sembra un carnaio, ce l’ho con dio e tutto il mondo e non ne risparmio a nessuno. È solo un blog, una valvola di sfogo che assume l’importanza che le si dà. Tutto qui.

Chi mi conosce lo sa: non sono un represso che le manda a dire tramite web, io le cose che scrivo le dico sempre prima ai diretti interessati. Le scrivo solo perché vorrei servissero da esempio e perché mi serve esorcizzarle in maniera brutale e/o spiritosa.

Non ho un fegato grosso, anche se sarebbe facile pensarlo da ciò che scrivo. Anzi, proprio perché scrivo non ho il fegato grosso. Ho tanti motivi per essere felice:

  1. il mio lavoro - non è facile capirlo, ma il mestiere dell’attore è quanto di più totalizzante credo ci sia, lo si capisce dai racconti che faccio qui sulla mia carriera oppure dal fatto che per fortuna e purtroppo è sempre la mia priorità nel concreto;
  2. la mia famiglia attuale e quelle d’origine - Ga’ è tutto, lui è famiglia, lui è lavoro, lui è me, la persona che meglio mi conosce al mondo e proprio per questo la famiglia che ho scelto di avere; poi i miei genitori, mie sorelle e la mia nipotina che son li a ricordarmi chi sono;
  3. gli amici che non mi lasciano mai - Percy, Manuel, Lara ci sono sempre e comunque, il primo mi fa tanto ridere (ed è un dono speciale), il secondo mi tiene coi piedi per terra (ed è fondamentale che non stia li ad assecondarmi), la terza è la sorella lontana che sento sempre vicina;
  4. la salute - faccio di tutto per comprometterla ma finora ha vinto lei, per fortuna.

Non mi serve altro.

Questo post è assolutamente dedicato, totalmente ispirato e velenosamente scritto apposta per una persona. E chi mi conosce sa di chi sto parlando perché capirà leggendo la descrizione.

Superati i quaranta, ti piacciono i ragazzini (cosa non faresti per rivivere la giovinezza persa?) e sfoggi un look imbarazzante che contrasta con tutte quelle brutte rughe che la tua faccia – cotta dal fumo – porta con molta frustrazione. Ridicolo.

Non sei un cazzo di nessuno (perché sennò non staresti nuotando nella mediocrità di una vita di merda) però ti riempi la bocca di frasi fatte e veleno soprattutto nei confronti di chi dichiara l’età che dimostra e dimostra di valere quello che i fatti concretamente mettono sotto la luce del sole. Fa male vedere quello che non sei mai stato e mai sarai? Patetico.

È meglio per te: tentare di sconfiggere la malcelata frustrazione cercando – miseramente – di scopazzare quelli che per età potrebbero essere i tuoi figli e che ti danno del Lei spontaneamente (magari riempendoli di complimenti o puntando a ragazzini fragili di cui è possibile approfittare per via delle loro debolezze) oppure giocare a fare l’artista, sparandole grosse e sperando che qualcuno ci creda? Imbarazzante.

Si, perché ogni volta che riesci a strappare anche solo un bacio alla carne fresca, un complimento da una persona ignorante o che si lascia abbindolare da due frasi imparate a memoria, allora sì: ti senti giovane. Idiota.

Non sarò mai così. Ho 28 anni e li dichiaro e non vedo l’ora di averne il doppio per dichiararne 56. E tra quarant’anni (se non mi ammazzano prima) ne dichiarerò quasi 70 e tra sessant’anni ne dichiarerò 100 perchè così mi diranno che li porto bene. Tanto a quel punto sarò già un demente senile e avrò almeno questa giustificazione. Io.

"Quod nullum est, nullum producit effectum." 


Ecco. C’è una linea sottile che divide il bene dal male, la cura dalla malattia, il patetico e il geniale, causa ed effetto, Rik e Gian, Al Bano e Romina. Io forse l’ho superata ieri notte?

Domenica mattina, la prima delle cinque domeniche di quest’Ottobre 2011, non sono ancora le 8 e son già sveglio da mezzora. Ho dormito dopo vari giorni, per sette ore circa in maniera continuativa. Che metodo ho utilizzato per combattere più che l’insonnia i cattivi pensieri e la tristezza?

Ho fatto qualcosa di irripetibile e che nuoce gravemente alla salute: pizza fatta in casa con tanto ketchup sopra, C’è posta per te su Canale5 e una bottiglia di vino. Con questa formula è stato pressoché matematico crollare verso le 23 dopo aver svuotato le sacche lacrimali: ho bevuto, ho pianto sfogando tutte le tristezze e stancandomi emotivamente e fisicamente (chi non piange davanti a C’è posta per te non ha un cuore, sta male, puzza e non avrà mai nulla di buono dalla vita). Ergo: nanna assicurata. Ubriacatura. In solitaria. Davanti a Maria de Filippi. Ho detto tutto su quanto in questo periodo ho bisogno di me.

Non c’è bisogno che scenda in particolari in merito a quello che sto passando e che cerco in tutti i modi di sfogare su questo blog in maniera spiritosa e simpatica invece che far venire l’orchite a tutti mentre posto video di Laura Pausini e aforismi dalle canzoni di Alessandra Amoroso. Bisogna solo rendere inesistenti le motivazioni della tristezza.

Ciò che non vale nulla non produce nessun effetto. Detta così sembra molto molto cinica. Mettiamola così: la medicina amara in mezzo a una cucchiaiata di nutella. Diluire. Sarà il mio motto.

W MARIA!

nevermind I’ll find someone like you / Non ti preoccupare troverò qualcuno come te
I wish nothing but the best for you too / Ti auguro solo il meglio anche per te
don’t forget me I beg / non ti scordar di me ti prego
I’ll remember you said sometimes it lasts in love / Ricordo che hai detto a volte l’amore dura
but sometimes it hurts instead / ma a volte, invece, fa male

CIO’ CHE SEGUE E’ PER LA SERIE “SI RIDE PER NON PIANGERE”

Sono le 4.50 del mattino, sto ascoltando “21″, il secondo album di Adele e queste due cose messe insieme fanno di me la persona più meno titolata per dire che cos’è cosa NON è l’amore.

Se sbaglio – diceva Papa Wojtyla – mi coriggerete.

Tanto per cominciare, l’amore NON è stare svegli, insonni, alle 4.50 del mattino in preda a brutti pensieri, per l’ennesima notte di fila, ascoltando “21″, il secondo album di Adele, scrivendo sul proprio blog un post su cosa non è l’amore. Su questo non ci piove. L’amore NON è possesso, la persona che sta con te non è il tuo telefono cellulare  da smanettare a piacimento, parlarci ogni tanto e portare sempre con te. L’amore NON è pretendere a tutti i costi che qualcuno faccia qualcosa per noi: in quel caso pagati una badante. O una puttana. O un maggiordomo. L’amore NON è sofferenza, masochismo, soffocamento: per quello esiste il sadomaso. Litigare sempre e comunque? Vai in una trasmissione di Maria de Filippi a piacere.

No, non c’è niente da ridere. Lo so. Faccio come Grace Adler, guardo le mie foto da piccolo (questa qua sotto dovevo usarla per un delle puntate in merito alla celebrazione dei miei dieci anni da attore professionista a teatro) e mi chiedo: come hai potuto farti questo?


Quando le parole non bastano, inizia a parlare il corpo.

È difficile tenerti ancora qui / Sei un fardello troppo grande da portare
E io giuro che non posso farne a meno / Il mio cuore ora no, non ce la fa
E non dico che hai sbagliato in qualche cosa / Perché tu mi hai dato tutto quel che hai
E già so che piangerai, che piangerò / Ma che poi ti cercherò ovunque andrai
E non stringermi così / Chiudi gli occhi e pensaci / Io non voglio farlo per poi perderti.

Sparirò, contaci / Non saprai più dove sono / E capirai che con me / Non potevi andar lontano
E saprai dar di più / Trova un uomo che sia buono / E che ti ami più di me /Anche se io credo sia impossibile.

È difficile tenerti ancora qui / Sei un tesoro che non posso governare
E sai di donna, sai d’amore, sai di mare / Tutto quello a cui non posso rinunciare
Ora devi andare via / Dì che è tutta colpa mia / Ma dì al mondo che ti ho amata alla follia.

Sparirò, contaci / Non saprai più dove sono / E capirai che con me / Non potevi andar lontano
E saprai dar di più, / Trova un uomo che sia buono / E che ti ami più di me

Anche se io credo sia / Anche se io credo sia / Anche se io credo sia impossibile.

Perché è impossibile.

2001-2011: compio dieci anni da attore di teatro.  In un paio di puntate vi racconto come è iniziata, come è andata. Nomi, cognomi, esperienze, retroscena, fatti e misfatti senza peli sulla lingua.

SEGUE... [qui la prima puntata]

L’immagine è chiara nella mia mente, anche questa, come tutti gli “eventi” importanti della mia esistenza. Enzo Parodo, il regista che mi ha offerto le occasioni tra le più importanti della mia carriera, quando deve proporti qualcosa non fa grandi proclami e tanto più la cosa è importante, tanto meno ti sembra che stia per cambiarti la vita.

Era iniziato da poco l’autunno del 2001 e dopo una prova nella quale mettevo e toglievo le tracce audio dello spettacolo mi si avvicina Parodo e dà l’inizio alla mia carriera attoriale. Ecco cos’ha detto e cos’ho pensato mentre mi parlava (eravamo per strada, in via Cilea a Quartu, di fronte al civico n°79):

“Andre c’è un problema (imparerò col tempo che quando dice così in realtà è qualcosa che lui ha già risolto nella sua testa) sono disperato (sapessi io quanto sono disperato che muoio dalla voglia di recitare e invece sto a guardare voi!): devo andare in scena coi ragazzi della mia scuola di recitazione (io quelli del laboratorio di Santa Lucia li invidio da morire e li odio tutti, dal primo all’ultimo, anche se non li conosco, perché sono anni che vorrei essere al loro posto!) e mi serve un sostituto alla svelta (oddio…cosa mi sta per chiedere? Non riesco a crederci!!!). Immagino che tu qualcosa su come si recita l’avrai imparata dopo tutti questi anni in mezzo alle palle (e daje, puoi giurarci, cazzo!), tanto male che vada fai una cagata (grazie mille eh! E invece ti dimostrerò quanto valgo), però almeno non mi salta lo spettacolo tra dieci giorni (oddio sto per fare uno spettacolo da attore!). Allora? Ci stai?”.

Inutile scrivere la mia risposta. Non si può immaginare come potevo sentirmi alla vigilia del debutto. Sono andato alle prove dello spettacolo “Il sogno di Pinocchio” e un po’ perché non mi conoscevano, un po’ perché avevo stampato sulla faccia “Vi odio tutti perché fate teatro da prima di me anche se io Enzo Parodo lo conoscevo da prima” sono stato accolto come la nutella nella pastasciutta, il ghiaccio a Brazilia, Rocco Siffredi in Vaticano. Diciamoci la verità: già da piccolo ero molto determinato, anche se avevo diciotto anni (ma la personalità di un dodicenne) ero lì per restare, per rendermi indispensabile e diventare il numero uno. E ci sarei riuscito.

La parte è multipla: il Carabiniere che “senza punto smuoversi l’acciuffa (Pinocchio) pulitamente per il naso” e il Mangiafoco che starnutisce ogni volta che si commuove. Una doppietta, una mattina in cui si facevan due repliche per due scuole. Ricordo solo il rumoreggiare divertito dei bimbi placarsi con terrore alla mia vista (quasi due metri imbottito con cuscini e maschera rosso inferno con barba nera e parrucca arruffatissimi). Entro io/Mangiafoco urlando “Siiiileeeenzioooo!!” e per tre secondi cala una pace da monastero, poi un bambino in prima fila caccia un urlo di terrore e scappa dal teatro. Poi ricordo che avevo un mal di testa feroce e che raccontavo a chiunque, nel tragitto teatro-casa del mio debutto sul palcoscenico.

Il resto è buio. Io enorme, sudato e con un sorrisone post coito da far paura. Iniziava tutto da lì. E dieci anni dopo (ossia quest’anno 2011) di Pinocchio ne avrei fatti ben altre tre versioni in altrettanti laboratori da insegnante (e il cerchio si chiude in questo anniversario importante) tanto da non poterne più di fatine, burattini e grillacci del malaugurio.

E poi? Poi inizio la collaborazione con varie compagnie e gruppi teatrali più o meno noti, più o meno validi. Nei prossimi post sviscero un po’ di cosette e vediamo un po’: mi becco più denunce oppure mi fanno smettere di lavorare in Sardegna?

CONTINUA...

2001-2011: compio dieci anni da attore di teatro.  In un paio di puntate vi racconto come è iniziata, come è andata. Nomi, cognomi, esperienze, retroscena, fatti e misfatti senza peli sulla lingua.


Nel 1992 avevo 9 anni, pesavo duecento chili ed ero antipatico. Come adesso, ma si sa: da bambini le cose sono amplificate. Grasso e antipatico. Un bambino solitario che smaniava dalla voglia di essere al centro dell’attenzione. Come adesso, ma si sa: da grandi la personalità è ancora più complessa.

A quel tempo, mia madre, Susy Monni, riceve l’invito del cabarettista sardo Giampaolo Loddo (che stava iniziando a dimostrare ai sardi quale grande attore comico ma anche drammatico sa essere) di recitare con la compagnia Teatro Studio di Sergio Murru ed Enzo Parodo. Ho faticato un paio di mesi prima di convincerla a portarmi alle prove di “Su Vapori”. Dio solo sa quanto ho pregato, giurato e scongiurato. Ufficialmente era preoccupata che disturbassi il lavoro (in quanto grasso e antipatico), ma credo lo facesse per liberarsi di me almeno un paio d’ore al giorno e per non fare la figura della poco professionale che si porta il pupone appresso. Non sapremo mai la verità.

Ma alla fine ce l’ho fatta e per sei anni non mi sono perso una prova o una data delle tournée che mia madre faceva in giro per la Sardegna con la compagnia. Un’ombra. Una disgrazia. Volevo che capissero tutti che anche a me interessava recitare. Cercavo in tutti i modi di dirlo ai capi. Ho perfino smarrito ad hoc una pagina di diario fasulla nella quale dichiaravo questa mia grande passione. Non l’ha vista nessuno, credo.

Era il 1998. Me lo ricordo come se fosse ieri. Enzo Parodo mi dice qualcosa del tipo: “Sei sempre in mezzo alle palle, qualcosa l’avrai imparata, no? Stai qui a mettere le musiche allo stero e vediamo se riesci a coordinare i tecnici audio-luci. Io sarò in scena e mi serve qualcuno che segue lo spettacolo”. Aiuto regista e Assistente di scena per “Mialinu“, regia Enzo Parodo. Mi sentivo il quindicenne più potente del mondo perché avevo iniziato la mia strada verso quello che volevo per la mia vita.

Così ho continuato, anche nei successivi anni, a lavorare nel backstage per la stessa compagnia che mi ha voluto anche per “Su Stani“: stesso regista, stessa problematica (lui era anche in scena) e soprattutto l’opportunità di avermi gratis. Tanto ci sarei stato. C’ero sempre. Dal 1992 ero sempre “in mezzo alle palle” per cui almeno davo un senso alla mia presenza.

Se potevo immaginare cosa significasse essere qualcuno, ecco: io ero qualcuno. Sempre considerandomi l’ultima ruota del carro, sempre mascotte del gruppo (e quindi bistrattato e deriso, poco considerato), io però ero felice perché “lavoravo” in teatro. Oltre Murru, Parodo, Loddo e mia madre, ho lavorato con Antioco Usala, Lella Medas, Simona de Francisci, Romina e Stefania Musinu, Maria Antonietta Usai, Anna Pia e Rita Celena. Così, per non dimenticare nessuno.

Conoscevo tutto a memoria: ogni battuta, ogni nota, ogni copione tecnico, ogni tic, mania e vizio degli attori. Quelle persone mi hanno insegnato a recitare senza saperlo. Potevo sostituirli benissimo e in qualsiasi momento (e infatti in qualche prova è successo). Ho imparato da loro quasi tutte le basi del mestiere e anche a come ci si comporta e come non ci si comporta sopra e giù dal palco. Non sono stati tutti esempi umani e artistici sempre e solo positivi, ma è anche per questo che credo di aver assimilato bene tutte le cose che so.

Ero li a dire ai tecnici quando mettere quella traccia musicale e quando preparare il cambio luce. Quelli mi guardavano come si guarda una cacca di piccione e un po’ riluttanti eseguivano. Se le cose andavano bene mi sentivo parte di una grande famiglia, quando le cose sono andate male mi sono sentito in colpa fino alle lacrime.

Avevo quindici anni e sentivo una grande responsabilità sulle spalle. Ma io volevo recitare.

CONTINUA...

Christina Aguillera ambasciatrice contro la fame nel mondo.

Allora posso farlo anche io.

Volevo parlarne male, anzi malissimo. Fare un film sui Puffi, in 3D, a New York, è un po’ come far fare un film porno a Rita dalla Chiesa. Vedere al cinema il cartone animato della tua infanzia è un po’ come offrire una tazza di caffè a Olindo e Rosa. Dare in pasto il tuo mondo fantastico a poppanti che non erano manco a gironzolare nello scroto dei padri è come privarsi di un braccio.

Invece non potrei che parlare bene di questo film per bambini che, nonostante la trama forzatissima, rispetta l’idea originale del fumetto e successivamente del cartone. Ma siccome sono un rompiscatole, ecco tre buoni motivi per non andare a vederlo al cinema:

  1. La voce di Grande Puffo è del doppiatore Gianni Musy. Ossia dell’uomo che doppia Albus Silente (Albus Percival Wulfric Brian Cognome: Silente, Preside di Hogwards, Capo del Wizengamot, Odrine di Merlino Prima Classe RIP). Devo spiegarlo ai fan di Harry Potter? No. A tutti gli altri faccio capire che questa cosa significa che non riesci a seguire il film perché è come sentire Grande Puffo parlare come Topo Gigio. O Berlusconi. Una voce riconoscibilissima.
  2. La voce dell’attrice protagonista è quella italiana di Kathy Holmes in Dawoson’s Creek. Joey “facciadaculo” Potter. Ho detto tutto, vero? Odiosa…
  3. L’attrice protagonista di cui sopra è una con la faccia da pazza. Tale Jayma Mays ha lo sguardo (per tutto il film, in qualsiasi scena) di una che sta per ucciderti, farti a pezzi e metterti in freeer avvolto nel cucki gelo più. Aggiungici quella voce odiosa (di cui sopra) e i Puffi 3D diventa un horror.

si chiama demenza senile.

Finalmente è arrivato il momento in cui non invidio il modello che sfila.

Non me ne frega niente che la mia pancia non conti sei muscoli addominali o che le mie chiappe non siano sue perfette semisfere marmoree. Non sogno più di sfilare per Dolce&Gabbana anche quando sono in coda alla posta. No, no e poi no. Chi vi scrive ha in mano un piatto pieno di dolciumi e in bocca un boccone che conterà di per se un migliaio di chilocalorie. Alla faccia delle diete. E sapete perchè? Perché oggi ho visto qualcosa che mi ha fatto cambiare idea sul mondo, qualcosa che mi ha fatto capire che non siamo uguali solo di fronte a Dio, ma anche con addosso una cosa orribile. Ebbene, oggi ho visto questo QUI.

Osserviamo tutti un minuto di silenzio, grazie.