Pubblicato in: scemo chi legge

Gli eroi dei social network

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Questa è una dichiarazione di amore, stima e mischinanza. Questi sono i miei personalissimi eroi dei tempi moderni, i paladini dei social network a cui voglio dedicare questo post: io vi amo, vi stimo e vi compatisco, ma mai tutte e tre le cose insieme. Ora vi spiego e parlo al maschile per convenzione, non perché i protagonisti di questo post sono maschi.

Io amo l’eroe di Facebook, colui che passa ore ed ore a commentare, discutere e litigare sui post socio-politici, al fine palese di far capire ad altri utenti che la terra è una sfera che gira intorno al sole. Viviamo tempi molto patetici, in cui mass media e politici parlano alla pancia della gente (con conseguenti deiezioni) e facebook è la cloaca verso cui il cretino di turno deposita tutto ciò che gli passa per la testa. Il mio amato eroe è sempre lì, sempre presente, ovunque, a cercare di spiegare, di non cedere agli insulti, di far capire, ragionare e poco importa se indicando la luna gli altri gli fissano il dito: lui non si abbatte, non si scoraggia, non molla la presa.

Io stimo l’eroe di Instagram che pubblica centinaia tra foto e video, storie temporanee e foto permanenti, tutte uguali, sempre le stesse: faccina avvilita, piatto di cibo, animale domestico ignaro, panorama. Il mio amato eroe non soffre la pioggia dell’autunno né il freddo dell’inverno, perché nelle altre due stagioni è stato previdente, ha fatto scorta e durante i sei mesi più freddi dell’anno ha una galleria fotografica di se stesso desnudo in spiaggia che può snocciolare insieme al menù del giorno, al gatto o al cane e alla vista mozzafiato della sua città (sempre lei, sempre più consumata dai click degli eroi).

Io compatisco il misky-eroe di Snapchat, che si strugge e si sbatte per postare foto e video con quei quattro effetti baracconi che l’applicazione offre. Questo eroe è ancora più eroe perché non gli basta essere il mio paladino di Instagram, no, lui passa tanto tempo e dedica tante energie anche a Snapchat, in barba al mondo che vive e al tempo che passa. Perché essere semplicemente anonimo quando puoi pensare di diventare  la Chiara Ferragni di stocazzo?

I miei tre eroi non hanno preoccupazioni, non hanno tanti impegni e io li amo, li stimo e li compatisco. Un po’ li invidio perché vorrei avere la loro voglia, il loro tempo, il loro amor-proprio. Invece mi limito a scrivere fesserie quassù e a pubblicare pezzi del mio corpo sapientemente tagliati per non far vomitare i miei followers.

 

Pubblicato in: misky, miskies e mischinanze

Ricomincio.

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Va tutto bene. Ormai posso dirlo. È stata un’estate tremenda, ricca di preoccupazioni e ansie, di frustrazioni e paure. Ma ora che si è risolto tutto e che è quasi arrivato l’inverno, tutto va meglio di prima. Fanculo gli anni pari, mi han sempre portato male.

Perdersi è terapeutico, devi cercare nuovi punti di riferimento e ripartire in qualche modo da zero e va bene, ma io non avevo molta voglia di stare come sono stato. Ci ho messo un po’ a ritrovare la strada e non ho voglia di dirvi tutti i fatti miei, né ho desiderio di appesantirvi.

Voglio solo fare un annuncio:

Mi chiamo Andrea, per molti sono Ibba Monni, per qualcuno solo Andre. Ho trentatré anni (pazzesco come più passa il tempo e più sposto un po’ più in la l’età dell’uomo maturo) di cui venticinque passati a teatro, venti a dieta, dieci con Ferai Teatro e tre a cercare di non fare troppe cazzate. Da oggi in poi quassù troverete molto di me, voglio condividere tante cose con voi, molte di più. Sono anni che bistratto questo blog che invece in molti amano perché ogni volta che pubblico qualcosa la leggete in tanti. Badate bene che io non mi sento stocazzo, ma almeno una decina di persone in questi anni mi ha detto che grazie al mio blog ne ha aperto uno o comunque ha iniziato a scrivere: la cosa mi ha fatto sempre sentire felice. Ecco perché voglio tornare a scrivere tanto, su tutto e con l’energia di prima. Facebook mi perdonerà.

Sono tornato, più “Misky” di sempre.

Pubblicato in: ho visto/ho letto/ho ascoltato, i tempi andati

Maria, piena di grazia: il libro completo (post in aggiornamento settimanale)

CAPITOLO UNO

Nella chiesa di Santa Rita, non ci si ricordava di aver vissuto un momento così imbarazzante dalla volta in cui la giovane Luisanna Spada si era sposata con il vecchio Arturo Corongiu che aveva dovuto abbandonare l’altare poiché se l’era fatta addosso.

Don Paolo Piludu era arrivato in paese poco tempo dopo e quella storia gli era stata raccontata da quelle pettegole che andavano a pulire la chiesa una volta la settimana e che ogni volta dovevano raccontare qualcosa di succulento per le orecchie del parroco del paese, convinte che i loro e gli altrui segreti del confessionale non fossero abbastanza. Ma lui che si era ormai abituato ai piccoli e grandi difetti della gente a cui dava la comunione ogni domenica mattina da sette anni, non si era ancora capacitato delle reazioni spropositate della sua perpetua, Orsola Boi, che questa mattina aveva innescato lo scompiglio durante l’offertorio.

Infatti, durante la messa, passando tra i suoi compaesani nella navata centrale con la bottiglia di vino rosso in una mano e il cesto di dolci alle mandorle nell’altra, si era fermata accanto al banco della famiglia Lobina e aveva intimato a Veneranda di portare via “quella piccola pazza malata” prima che ci pensasse lei stessa a “cacciarla dalla casa di Dio a calci nel culo”. Mentre proseguiva tronfia verso l’altare e ignara di aver detto davvero la parola “culo” di fronte a tutti e durante la messa, la “piccola pazza malata” che rispondeva al nome di Maria aveva iniziato a piangere e singhiozzare mentre il resto della sua famiglia cercava di dissimulare la vergogna. Tutti i fedeli avevano chiaramente sentito prima Orsola sputare veleno e ora Maria piangere, ma tutti fingevano che non fosse successo nulla: gli occhi puntati alla statua della Santa e le bocche che ne cantavano le lodi.

Ecco quel che questa comunità fa molto bene” – pensava Don Paolo prendendo dalle mani della perpetua sorridente la bottiglia del vino – “fingere che tutto sia normale anche quando normale non è”. E con un forte senso di calore in viso congedò in maniera sbrigativa le pecorelle del suo gregge facendo terminare la messa prima che poteva.

È una creatura di Dio” disse con un rimprovero bonario Don Paolo alla perpetua che lo aiutava a togliere le vesti talari.

È una piccola anima dannata” rispose Orsola sull’orlo delle lacrime.

Maria Lobina ha bisogno di stare vicino a Dio quanto me e quanto te, Orsola”

Quella non era così padre, lei non lo sa perché è qui solo da sette anni! Prima era una bambina normale, poi ha iniziato a farneticare e non ha più smesso. È colpa del diavolo! Ecco perché durante la messa interrompe sempre con quella sua parola dannata! Maria Lobina ha Satana dentro!”

Poi entrambi si voltarono verso la porta della sacrestia e videro Speranzina Curreli con quei suoi occhi da cerva neri e profondi incastonati in quel viso da bambola, bianco come il latte, i grossi capelli neri, le labbra a cuore e il fisico minuto e proporzionato, bella come nessuna nel paese. Si zittirono subito sia il prete che la perpetua, non appena comparve Speranzina Curreli, come succedeva ovunque in paese al suo passaggio e come accadeva perfino quando lei andava in campagna: sembrava che si zittissero anche il vento tra gli alberi e le bestie al pascolo: tutto il creato pareva ammutolire davanti a tanta bellezza.

Padre, può confessarmi?” chiese con quel tono da bambina, quasi un impercettibile sospiro, varcando la soglia mentre Orsola Boi guardando sia lei che Don Paolo correva via in lacrime. Inspiegabilmente.

***

Bazìpie!”

Maria, basta!” disse Veneranda a sua figlia mentre tornavano a casa dopo la messa. Eccoli lì, tutti scossi più dalla reazione della comunità che dalla sfuriata della perpetua, ma tutti insieme, come sempre e nonostante tutto, nella strada che li avrebbe condotti a casa in quella fredda domenica mattina di novembre. Veneranda pregustava un po’ di pace al rientro della sua famiglia numerosa tra le mura domestiche: avrebbe lasciato da soli i suoi figli non appena avessero varcato l’enorme portone in legno, perché tutti i suoi figli sapevano cosa fare in ogni momento della giornata. E così, mentre lei avrebbe bevuto il suo caffellatte da sola, alcuni di loro sarebbero andati nella loro camera, altri ad aiutare le serve, qualcuno avrebbe sicuramente badato a Maria mentre lei avrebbe avuto modo di fare quel che amava fare di più al mondo: appena poteva, da circa vent’anni Veneranda Lobina stava da sola a fissare il ritratto del suo defunto marito. Questa era l’unica cosa che poteva darle pace e sostenerla nei momenti difficili e solo Dio sapeva cosa le passasse per la testa mentre se ne stava immobile come una statua, senza espressione, seduta sul letto con gli occhi fissi in quella cornice.

Bazìpie!” disse Maria mentre inciampava su un gatto addormentato per poi proseguire, coi suoi fratelli e sorelle dentro casa. Veneranda si fermò invece appena dopo aver oltrepassato il portone, seguì quel gatto con lo sguardo, lo osservò correre verso la pianta di limoni, stirarsi in piedi sull’albero facendo strisciare le unghie sul tronco per poi inseguire un insetto tra i cespugli. In quel momento invidiò quel gatto e la sua libertà e pensò che senza Maria sarebbe stata libera, se non altro, dall’imbarazzo quotidiano che quella figlia ritardata le causava. No, non si vergognò neppure per un secondo di quel pensiero e lasciò che l’aria ghiacciata di quella mattina le entrasse nel naso e le riempisse i polmoni, prima di rientrare in casa, ignorare le necessità dei figli e le domande delle serve, prendere la tazza di caffellatte dalla cucina e andare a consumarla seduta sul letto, mentre fissava il ritratto di suo marito sciogliendo i suoi capelli grigi.

CAPITOLO DUE

Antonia Spiga era abituata ai momenti solitari della sua padrona. Si erano conosciute da ragazze, quando la madre di Antonia aveva iniziato a fare la serva a casa della famiglia Agus, la casa natìa di Veneranda e insieme erano rimaste quando Veneranda aveva perso i genitori nel crollo della chiesa campestre del Buon Pastore, quando poi si era sposata con Giuseppe Lobina, quando sua sorella Ada era partita per Roma in fretta e furia per non gettare la famiglia nel baratro della vergogna Insieme quando a Veneranda erano iniziati a nascere quei figli malaticci, così come quando Antonia era rimasta vedova. Sì, insieme: più amiche che padrona e serva, addirittura quasi sorelle.

Antonia era disposta a tutto per far sì che la vita della sua padrona fosse una bella vita, perché non si era mai dimenticata che Veneranda l’aveva aiutata a mettere al mondo il suo unico figlio, Francesco, e che aveva accolto anche lui a servizio a casa Lobina, perché suo marito aveva avuto la bella idea di farsi ammazzare da un compare, un pomeriggio qualunque, in seguito a uno stupido diverbio alcolico.

Il rapporto speciale tra loro era così forte proprio perché Antonia rispettava il bisogno di Veneranda di stare sola: quei silenzi e quegli spazi erano il cemento del loro connubio perfetto.

Fu per amore di Veneranda e per la devozione alla sua famiglia che Antonia digerì l’ingresso in casa di Vincenza Mereu, una serva assunta dalla padrona perché da sola non sarebbe riuscita a star dietro a quella casa e ai bambini coi loro problemi di salute: col tempo aveva imparato a voler bene anche a Vincenza che quasi trattava come trattava Francesco, perché Antonia Spiga, mani grosse e cuore semplice, voleva sempre un po’ bene a tutti.

Per amore di Veneranda e per la devozione alla sua famiglia, oggi Antonia accoglieva un’altra serva.

Signora, non ne abbiamo bisogno. Ci siamo già io, Vincenza e Francesco a mandare avanti tutto quanto, i suoi figli sono grandi e…”

E tu sei vecchia come me.” – la interrompe Veneranda – “E come me devi riposare. Non discutere con me Antonia, non abbiamo più le energie per farlo.”

Discorso chiuso.

Il giro della casa e le relative istruzioni su come pulire le cassapanche del salotto, dove conservare gli utensili della cucina, come svuotare e poi disinfettare i vasi da notte dura da circa un’ora, Vincenza prende in mano la situazione e mentre Antonia si dirige verso le camere da letto dei padroncini, afferra Orazia per le spalle: “Continuiamo un’altra volta Antonia? Oggi proprio non è la giornata che possiamo perdere in istruzioni. Orazia questo è il loggiato: la padrona vuole che ci mettiamo qui a fare i lavori che non sono di cucina, come ad esempio la cucitura e il ricamoe ci mettiamo sempre qui a preparare tutto per la processione di Santa Rita.”

Le ceste coi petali e la menta vogliono dire solo una cosa: sa ramadura. C’è da spezzettarne il contenuto in modo da stendere un tappeto aromatico appena prima del passaggio della statua della Santa.

Bella casa Lobina, vero?”

Molto bella Vincenza…” risponde Orazia. Stamane si è alzata prima dell’alba per prepararsi più emotivamente che altro al nuovo lavoro e adesso ha un poderoso mal di testa che fatica a dissimulare. In una frazione di secondo si accorge che sta probabilmente compromettendo la sua vita a casa Lobina e subito, correggendosi aggiunge: “…e ben tenuta Antonia, complimenti!”

Grazie!” Antonia è seccata, vede il mondo andare avanti mentre lei sta per lasciare il suotrono”.

Dal momento che il rapporto con la serva più vecchia sembra ormai compromesso fin da subito, Orazia che nella sua vita non è mai stata abituata a combattere per alcunché, decide di lasciar perdere Antonia e di spendere ogni energia per conquistare Vincenza:

Vincè, ma hai sentito che Speranzina Curreli sta sempre in sacrestia ultimamente?”

Missione compiuta con facilità: il pettegolezzo è un’arma potente per creare alleanze.

Me l’ha detto Orsola Boi, la perpetua. Ma io non ci credo!”

Questa casa è bella e ben tenuta perché noi serve lavoriamo più che parlare e spettegolare.” Dice Antonia, sperando di chiudere il discorso sul nascere. Ma le altre due continuano come se non avesse detto niente.

Anche a me l’ha detto Orsola Boi, e io ci credo alla perpetua.”.

Io no: per Orsola Boi sono tutte innamorate del suo Don Paolo. Per carità: bello è bello, ma è pur sempre un uomo di Dio!”

La stavano proprio ignorando? Di già? Antonia non poteva permetterlo: “Callàdi e traballa! Che sa ramadura non si fa da sola!”.

Ma secondo me Speranzina Curreli se ne mette pochi di problemi!”

Orsola Boi dice così perché è innamorata di Don Paolo Piludu: la perpetua è gelosa!”

Uffa. Tagliate i fiori e state zitte!” interviene Antonia, accorgendosi dell’imminente arrivo della padrona. Infatti, mentre l’odore della menta si fa sempre più pungente, fa il suo ingresso una trafelata Veneranda Lobina: “Maria! Marì! Vincenza, avete visto Maria?”

Antonia è preoccupata, Lucia le ha raccontato cosa è accaduto in chiesa con Orsola Boi. “E dove sarà andata a finire stavolta?”

No signora Veneranda, non la vediamo da prima che arrivasse Orazia!” risponde Vincenza. E nel clima di quotidiana apprensione per Maria che quella stanza della casa è da sempre abituata a ospitare, entra Francesco Spiga, il figlio di Antonia, col sorriso sul volto e l’eccitazione nel corpo. Tutte le donne presenti nella stanza notano il rigonfiamento nei suoi pantaloni: il buon Dio l’ha messo al mondo senza dargli troppa altezza o massa muscolare, ma di certo s’è lasciato andare con le misure del suo membro. Veneranda si irrigidisce, Antonia è imbarazzata, Vincenza è divertita: la prima non è mai riuscita, nonostante tutto, ad avere confidenza col figlio della sua serva-quasi sorella, la seconda sa che l’entusiasmo anatomico del figlio è rivolto alla padroncina Assunta, la terza sghignazza perché ha l’ennesima prova che il soprannome “burriccuche in paese hanno dato a Francesco, non è per via della sua prepotenza. Tuttavia rompe il silenzio e getta un salvagente all’una e all’altra: “Serve qualcosa, signora?”

Sì, che Francesco si metta a lavorare! È da stamattina che sta gironzolando per casa invece che andare fuori a pulire il vicolo!”.

Francesco fa per dire qualcosa, ma Antonia lo colpisce alla nuca con uno schiaffo violento. Lui protesta umiliato ma lei in una parola lo zittisce, la mano pulsante.

Antonia sa che la padrona ha capito da tempo che Francesco è infatuato di sua figlia Assunta.

Io continuo a cercare Maria, se la trovate fermatela e chiamateci per piacere. Antonia finisci di istruire la nuova serva e assicurati che tuo figlio faccia quel che ho ordinato”.

Veneranda esce, ricomincia a chiamare Maria.

Orazia, lui è mio figlio Francesco, un buono a nulla, ecco cos’è!”

Piacere, Spiga Francesco. Mamma, il vicolo l’ho preparato già stamattina per la processione: è tutto pronto!”

E vai a pulire il cortile allora, disgraziato. Cosa ci fai dentro casa? Nulla! Sempre dietro a signorina Assunta, ecco cosa ci fa lui qui dentro!” E prima che arrivi un’altra protesta del figlio, Antonia lo schiaffeggia di nuovo alla nuca, come da routine.

Vincenza, più per alleggerire il clima che per umiliare ulteriormente quel ragazzo a cui vuol bene come un fratello piccolo dice: “Vai Francesco, vai a pulire il cortile per gli ospiti che devono arrivare. Ché signorina Assunta non ce l’ha il babbo, ma i fratelli Efisio e Guido possono sistemarti al posto tuo!”.

Signorina Assunta è la figlia di signora Veneranda Lobina? E non ha un padre?” chiede scioccata Orazia. “Cioè signora Veneranda non ha marito?”

Quanto sei bella sei tonta, Orazia! Se lavori con le mani come ragioni con la testa, siamo messe male!” ridacchia Vincenza mentre Antonia, colto l’alone di scandalo che passa per la testa della servetta precisa: Non dire stupidaggini Orazia! Signor Lobina è morto tantissimi anni fa, talmente tanti che mio figlio Francesco non era ancora nato e Vincenza non era ancora arrivata.”

E io sono arrivata perché signora Veneranda non ce la faceva a mandare avanti la casa e crescere sei bambini. Neppure con l’aiuto di Antonia!”

E meno male che sei arrivata tu Vincenza! Lingua lunga!”

Sei figli? Signora Veneranda ha sei figli?” chiede Orazia.

Nove ne ha avuti! Nove! Ma due sono morti da piccoli e uno appena nato, iscùru!” risponde Antonia. Ogni volta che pensava a quei tre le si bagnavano ancora gli occhi, perfino dopo così tanti anni.

E questi figli chi sono?” chiede Orazia, curiosa di sapere tutto sulla famiglia da cui deve prendere servizio. Vincenza si fa scura in volto, improvvisamente seria: Non si può dire che i Lobina siano stati fortunati coi figli eh!”. E insieme ad Antonia, iniziano a raccontare alla nuova serva chi sono i fratelli e le sorelle Lobina.

CAPITOLO TRE

Antonia è furiosa, scatta sempre all’attacco quando qualcuno parla male, anche vagamente, della famiglia che serve con amore e devozione da tanti anni.

Ma callàdi Vincè! Giuseppe e Veneranda Lobina sono stati fortunatissimi coi figli! Nostro Signore ha fatto dono a queste due belle persone di creature bisognose di particolari attenzioni.” E calmandosi inizia ad elencare alla nuova serva di casa, Orazia, i nomi dei figli di Veneranda Lobina: “C’è Gesuina…”

Una macca!” dice Vincenza con leggerezza “Crede di essere “una Santa destinata a morire vergine e martire!”

Tutti conoscono Gesuina Lobina: anche nei paesi vicini, come in quello di Orazia, il soprannome ‘La Santa Mancata’ l’ha resa celebre. È un vero e proprio personaggio del paese e se non fosse per la corazza costruita intorno a lei dalla madre, dai fratelli e dalle serve, sarebbe trattata da scema del villaggio qualunque. Non che Gesuina abbia un aspetto bizzarro, anzi, è una ragazza graziosa, con un viso regolare, un seno florido e due mani rubate all’arte neoclassica.

Ma i suoi occhi… i suoi occhi tradiscono uno spirito tutt’altro che sereno: spiritato e fisso, lo sguardo di Gesuina Lobina pare abituato a vedere apparire Dio e la Madonna ovunque, trasferendo alle labbra una durezza stonata con quei lineamenti. Tutti, compresa Vincenza che pure vuole bene a quella padroncina bizzarra, ridono o sorridono al suo passaggio, ma Antonia è preoccupata perché presagisce una fine terribile per quella creatura tanto vicina a Dio da non poter stare a lungo su questa terra.

C’è Guido…”

Nato zoppo a una gamba!”

Guido è il figlio che ogni madre desidera, pensa Antonia vergognandosi un po’ di amare di più il padroncino rispetto al proprio figlio Francesco. Guido è sempre stato bello, studioso e mai è rimasto con le mani in mano quando si trattava di lavorare; il suo animo sensibile, sempre pronto a mitigare situazioni di tensione piuttosto che fomentarle, lo ha portato ad essere un degno sostituto del capo famiglia, mancato troppo presto.

S’omineddu di casa Lobina è un giovane uomo affabile, pieno di amici, solido come una roccia e corteggiato da tutte le giovani donne che lo conoscono. Preferisce i libri alle donne e ha un amico speciale, Giovanni Ledda, con cui divide tutto il suo poco tempo libero da quando erano due bambini dai calzoni corti. Né Giovanni, né anima viva, ha mai avuto fastidio, turbamento o un moto derisorio nei confronti della zoppia di Guido; le uniche voci malevoli che girano su Guido Lobina sono quelle riguardanti l’amicizia con Giovanni, voci che Antonia combatte con decisione e che Veneranda spazza via con uno sguardo di superiorità.

La gente è cattiva e furba” dice Veneranda “Non volendo apparire malvagia per il difetto fisico di mio figlio, si inventa devianze che non esistono. Quando Guido si sposerà staranno tutti zitti una volta per tutte. Ma ora è meglio che continui a pensare allo studio.”

Lucia…”

Nata cieca.”

Queste due parole, pronunciate per pettegolezzo da Vincenza e da chiunque, sono sempre state come due lame per il cuore di Antonia. Lucia Lobina non è nata cieca, anzi era la prima figlia sana di Veneranda e Giuseppe Lobina, dopo quei figli nati morti, quegli altri mai nati e quelli nati malati.

Ma a pochi giorni dalla sua nascita, Gesuina volle rendere giustizia al nome di sua sorella e cercò di cavarle gli occhi dalla testolina: fermata in tempo proprio da Antonia, Gesuina riuscì a rendere la sorella Lucia cieca per sempre. Per paura delle reazioni della gente, nemmeno il padre delle bambine venne informato dell’accaduto.

Giuseppe morì pochi mesi dopo questo fatto, mentre Veneranda era inconsapevolmente in attesa dei due gemelli, Efisio e Maria. Il capofamiglia morì convinto di non aver avuto figli sani. Lucia era cresciuta con tantissimo amore da parte di tutti, era bella e simpatica, dolce ma non stucchevole, la sua risata era robusta e il suo aspetto era assai gradevole come quello dei fratelli e delle sorelle.

Maria…” Sospira Antonia, continuando l’elenco.

Abarraedda!” Taglia corto Vincenza.

Cioè?” chiede Orazia.

Maria è ritardata, mì! Non è pericolosa”

Maria non è nata così, all’inizio era normale, cresceva, parlava e giocava. Poi da piccolina, all’improvviso, avrà avuto otto anni, ha cominciato a rincretinirsi e adesso dice solo Bazìpie”! Comunque, poi c’è anche Efisio… Bellixeddu e buono come il pane! Protegge la sorella Lucia, quella nata cieca, come se fosse suo padre Giuseppe impersonificato! E poi…”

Vincenza la interrompe: “…e poi c’è Assunta che è la grande, che ha un filarino con Jaime Curreli, figlio di Caterina. L’usuraia.”

E te l’ho detto io che hai una lingua lunga Vincenza!” ribatte Antonia “Lampu ti calit e ‘stitzia ti currat! Signorina Assunta non ha “filarini”: è quasi fidanzata al figlio di Donna Caterina. Sono in fastiggiu. E Caterina Curreli non è un’usuraia! Queste cose non si dicono!”

No, non è un’usuraia, è una donna molto gentile. Che se hai bisogno di soldi te li presta…e te ne chiede il doppio quando devi renderglieli”

Orazia e Vincenza non riescono a dar sfogo ad uno dei pettegolezzi più chiacchierati del paese e del circondario, ossia quello sulla famiglia Curreli, poiché proprio il giovane rampollo di Donna Caterina, fa il suo ingresso nel loggiato accanto a Veneranda.

Eccolo Jaime Curreli: alto, bello e dinoccolato, col suo sorriso sornione, riempie la stanza con la sua voce maschia e virile: “Salve a tutte.”

Maria? Nulla?” chiede Veneranda.

Nulla signora.”

Veneranda prosegue: “Il signorino Jaime Curreli è venuto a portarci qualche bottiglia di vino rosso, sapete dov’è Francesco?”

Mi serve aiuto a scaricare le casse, da solo non riesco.” giustifica Jaime.

Non è in cortile?” Si fa apprensiva Antonia.

Non mi pare.” Jaime si rivolge alla padrona: “Assunta è in casa? Volevo salutarla.”

Veneranda si fa rigida, lui finge di non averlo notato e dice: “Prima scaricherò le casse di vino, con permesso.”

Veneranda e Antonia si scambiano uno sguardo d’intesa eloquente: a nessuna delle due fa piacere che venga ufficializzato quel fidanzamento: ma le cose non possono andare altrimenti.

CAPITOLO QUATTRO

Apollonia Congiu parla spesso da sola: “Mettere in ordine i pensieri fa bene, pronunciarli a voce alta dà loro la giusta dimensione e proporzione: se te li tieni in testa, le briciole rischiano di diventare montagne.”

Lei è la guaritrice del paese e a lei si rivolgono tutti in gran segreto e per ogni genere di necessità medica: Luigia Curreli le aveva chiesto una polvere che rinvigorisse la virilità del marito, Francesco Spiga le aveva chiesto di guarirlo da quei fastidiosi pidocchi dentro le mutande e Maria Cristina Denotti le aveva chiesto un rimedio per quella barba che le cresceva sul viso.

Insomma, laddove le preghiere a Dio sembrano non bastare per risolvere guai imbarazzanti, l’ultima risorsa sono gli unguenti e le pozioni della bruxia del paese.

Tutti la evitano pubblicamente, tutti segretamente ne hanno bisogno e lei di tutti conosce i segreti: quanto è loquace una persona che sta male e che cerca conforto!

Sono nata, sono cresciuta e voglio morire qui: in questo paese che Dio non ha affatto dimenticato, anzi, lui si diverte mentre io cerco di porre rimedio, nel mio piccolo. Tutti mi scacciano come la peste ma segretamente tutti mi cercano quando hanno da combattere contro quello che chiamano “malocchio”, “mal di fegato”, “mal di reni”, “dolore di parto”, “sfortuna”, ma che in realtà si chiama “Dio”.

Io, Apollonia Congiu, attraverso gli occhi della verità vedo la sofferenza di questa gente, non causata dall’avversità, ma dal senso di colpa instillato nelle loro menti da un orribile Dio che fa accadere al mondo cose orribili: io lo maledico dal profondo del mio essere, poiché io sono l’avversario, il nemico, di tutto ciò che di orribile esiste. Loro non comprendono chi sono veramente, quindi condannano se stessi credendo ad un Dio che nemmeno esiste, se non loro stessi!

Sporca bruxia malefica” mi chiamano, ma me ne faccio ben poco della purezza se non conosco la verità. Ed io conosco la verità. Io sono il serpente, la mela, l’albero della conoscenza, io sono la verità, l’avversario dell’orribile, il nemico dello scempio. Credono di avere la verità in mano quando non si rendono conto che nel loro palmo vi sono soltanto inutili briciole!

La verità? Che cos’è la verità? Ponzio Pilato lo chiese a Gesù Cristo, ma il figlio del loro Dio tacque. Perché la verità uccide realmente quando è temuta. Non si vergognano di adorare un infame concetto, parto grottesco della psiche collettiva, che è Dio stesso. Quel Dio che 1900 anni fa mandò sulla croce il suo amato figlio, non oso nemmeno pensare cosa potrebbe fare alle pecorelle del suo gregge!

La fede… La loro povera fede…Con questa chiudono gli occhi su ciò che li circonda: la menzogna ad ogni costo! E soltanto chi soffre nella realtà ha bisogno di creare menzogne! A cosa gli servirebbe portare a spasso “un’anima perfetta” in un cadavere di corpo? A cosa? Se per godere bisogna soffrire allora la somma beatitudine diverrà sofferenza!”

Quanti paroloni che sai dire!”

Succedeva sempre così: Caterina Curreli, come un’ombra compariva e sentiva e vedeva qualcosa che era meglio non sentisse né vedesse. Nata povera e divenuta presto orfana, la piccola Callina riuscì a diventare la donna più ricca del paese grazie a un’idea che le venne una mattina quando rubò, quasi per gioco, dei soldi dalla casa di Arturo Corongiu nel giorno del suo matrimonio con la giovane Luisanna.

E adesso che te ne fai di quei soldi Callina? Me ne presti un po’ fino alla domenica che viene?”

le chiese un suo compare di povertà che voleva stupire il paese comprando del pane per la sua famiglia invece che del vino per i suoi bagordi.

Certo che te li presto Zuanni! Ma tu domenica che viene me ne rendi il doppio!”

Rideva Callina, che quando rideva, rideva forte.

E rideva, rispondendo Zuanni: “Ma anche tre volte tanto te ne rendo Callì!” e ridevano…ridevano mentre Arturo Corongiu e Luisanna Spada lasciavano la chiesa di Santa Rita dopo la figuraccia del vecchio sposo che se la fece addosso al momento del “sì”.

Aveva appena dodici anni a quel tempo Callina, quando la domenica successiva tagliò con un colpo secco d’ascia le dita della mano del suo compare di povertà che non aveva rispettato il patto:

Hai tempo fino alla prossima, di domenica, e ne voglio il doppio ancora, sennò ti taglio tutta la mano! A bicculos ti fatzu!

Ecco come era diventata una donna ricca e aveva abbandonato per sempre quel nome “da povera orfanella”. Poi un giorno aveva deciso che di soldi ne aveva avuto abbastanza per questa e per altre dieci vite, si era detta che di dita mozzate non ne voleva vedere più e scelse di sposare Remigio Curreli.

Mise al mondo Jaime e Speranzina ed era felice perché aveva tutto quello che sognava quando era piccola e povera: una casa enorme e piena di ogni ben di dio, un marito devoto, due figli bellissimi e una fama di donna pericolosa.

Ma non smise mai di fare l’usuraia: i soldi chiamano soldi e chi non ne ha avuti, appena ne ha, ne vuole sempre di più.

***

Cosa vuoi Callina? Perché sei venuta fino a qui?” chiede Apollonia turbata. Non le piace quando qualcuno la sente mentre parla da sola.

Sto per andare a casa Lobina e ho bisogno di avere la certezza di alcune cose: voglio conferme e solo tu puoi darmele.”

E perché dovrei dartele?”

Perché ne ho bisogno.”

Tu pensi che tutto quello che vuoi te lo prendi?”

Sì. Lo penso. Lo so.”

E cosa te lo fa pensare?”

Caterina è di fretta, le mette in mano un mazzo di soldi così corposo che Apollonia è costretta ad aiutarsi con l’altra e la fissa dritta negli occhi con quello sguardo ambizioso che ha da sempre.

Col passare degli anni ha imparato a vestirsi di tessuti e gioielli importanti, ha messo al mondo due splendide creature e si è guadagnata perfino l’amore della burbera suocera, Luigia Curreli, ma se la si guarda negli occhi, si può riconoscere lo sguardo deciso della piccola e intrigante Callina tra mille: uno sguardo di chi ha fame, uno sguardo che fa paura.

Ridendo, ridendo forte, Donna Caterina Curreli si avvia verso casa Lobina: oggi è un giorno di festa e Veneranda non può negarle il fidanzamento tra i loro figli.

CAPITOLO CINQUE

Ad Apollonia Congiu i soldi servivano sempre e sempre di più, perché le cure che prestava ai suoi compaesani e agli abitanti dei paesi vicini, raramente le venivano retribuite in moneta sonante o biglietto frusciante: spesso si accontentava di carne, frutta, uova o anche solo di un’eterna gratitudine. Apollonia, che chiamava la medicina “la mia missione”, era una donna molto bella, robusta, intelligente, coi capelli e gli occhi più neri della notte più nera, e viveva in una casetta diroccata grande quanto un pollaio, con suo fratello Anacleto, anche lui dedito alle scienze sia occulte che non.

Insieme avevano vissuto l’esperienza più triste della loro missione di vita qualche anno prima della visita di Donna Caterina Curreli: era un nuvoloso e freddo giorno di novembre, quando Gesuina Lobina aveva bussato alla loro porta con un sorriso raggiante e gli occhi colmi di lacrime. In quel tempo aveva 13 anni, era una bambina e già aveva fatto capire al mondo che la sua testa funzionava in modo decisamente particolare.

Sono incinta signorina Congiu.”

Gesuina, ma come? Ma che dici?”

Ieri notte mi è apparso un angelo di Dio e mi ha detto che avrò un bambino.”

L’angelo di Dio altri non era che Giovanni Ledda, un amico di suo fratello, che nottetempo si era introdotto a casa Lobina per intrattenersi con Guido e che aveva pensato di prendersi gioco della piccola pazza di casa.

Mi serve qualche tonico, di quelli che sa fare lei: Vincenza ha raccontato di aver bevuto qualche tonico quando aspettava sua figlia Giacoma.”

Pensando di fare cosa gradita alla famiglia Lobina, ossia credendo di risparmiare a tutti nove mesi di follia pura, dopo essersi consultata con Anacleto, Apollonia fece bere alla novella Madonnina un buon decotto di foglie di alloro con tanto zucchero.

Ora è tutto sistemato.”

Signorina Congiu, cosa vuol dire?”

Che ora non sei più incinta anima mia: non sta bene che una bambina così graziosa come te partorisca un bambino, non trovi?”

Mai i fratelli Congiu videro piangere così tanto anima viva – e di tristezze e scene di disperazione ne avevano viste molte e molto profonde – ma si dissero che non potevano comportarsi altrimenti.

Sai Maria” disse Gesuina a sua sorella, poco tempo dopo “Apollonia Congiu, cussa bruxia mala, ha ucciso il Salvatore che portavo in grembo.”

Bazìpie.” rispose Maria, come sempre.

Penso proprio che sia un demonio. Non appena il Signore me lo ordinerà, credo che la brucerò viva.”

Bazìpie.”

***

Apollonia e Anacleto erano i custodi dei segreti della gente del paese e del circondario. I rapporti con la famiglia Lobina erano delicati perché entrambi erano stati in qualche modo coinvolti nella fuga di Ada a Roma: la sorella di Veneranda, amica dei due, era partita in fretta e furia lasciando in terra sarda tutta la famiglia e molte domande senza risposta. Da quel giorno erano passati quasi vent’anni e Ada non si era più vista.

Ecco come erano andate le cose.

Erano tutti e tre ragazzini, Anacleto aveva dismesso i pantaloni corti e Apollonia e Ada avevano sanguinato per la prima volta da poco tempo quando quest’ultima, in lacrime, aveva detto ai suoi due amici che sarebbe partita, congedandoli con un abbraccio, due baci e poche parole frettolose.

I due fratelli si erano offesi così tanto che si erano tenuti ben lontani da casa Lobina per qualche tempo, ma qualche mese dopo Anacleto ci aveva ripensato ed era andato a parlare con la sorella della sua giovane amica: Veneranda Lobina, da poco sposa di Giuseppe. Fermato sull’uscio del cortile da Antonia Spiga, era giusto riuscito a dare uno sguardo alla facciata della grande casa: il tanto che era bastato per restare di sasso.

E ti dico che l’ho vista sorri mia! Era lei, proprio lei!” disse subito alla sorella.

Anacleto, hai bevuto ancora?” Apollonia continuava a rimestare le erbe per un medicamento.

Te lo posso giurare Apollò: neanche un bicchiere di moscatello! Ti dico che Ada era dietro la finestra di camera sua!”

Ellus!” lo canzonò lei cercando l’agave.

Ma secondo te non riconosco la mia fidanzatina? Era lei, solo più grassa!”

Ma se Ada è sempre stata secca come un ramo di mandorlo, babbeo!”

E io ti dico che era lei, grassa come quando tzia Maria Pipia era incinta della figlia!”

Sei un babbeo fatto e finito, lasciatelo dire fratello mio! Proprio uno scherzo mal riuscito! Quando mai Ada potrebbe essere incinta? È troppo giovane per sposarsi, figuriamoci se può avere un figlio!” e secca chiuse il discorso. Parlare di quell’amica che l’aveva abbandonata di punto in bianco era per lei doloroso.

Solo cinque anni più tardi, avevano ricevuto una missiva da Roma, in cui Ada gli spiegava tutto chiedendo, anzi implorando, che non ne facessero parola con anima viva o morta.

[…] Quindi neppure ai vostri amati spiriti dovete rivelare quel che io vi ho scritto. Vi basti sapere che ora sto bene e che ogni volta che passo per quella piccola piramide mi venite in mente voi e i libri che mi leggevate. Abbiate cura di voi, non vi ho dimenticati e mai vi dimenticherò: se il buon Dio a cui voi non credete mi darà la possibilità di salutarvi prima di morire, morirò felice. Dovreste crederci, sapete? Se Dio non esistesse, perché avrebbe senso questa nostra vita?

Con affetto

Ada

Una volta al mercato Antonia Spiga si era lasciata sfuggire – di proposito – che Anacleto e Apollonia Congiu si sarebbero dovuti pentire di fronte a Dio del destino di Ada e questo aveva scatenato un pettegolezzo che vedeva Ada morta ammazzata dai fratelli “stregoni” in un rito satanico.

Da quel momento i due erano stati bersaglio delle vessazioni dei bambini del paese: quante uova marce e quanta cacca avevano dovuto raccogliere dalla soglia della loro baracca e quanti insulti avevano dovuto sentire! Nel paese, il mistero di Ada Lobina aveva tenuto banco per molti anni:

La piccola di casa si è fatta suora di clausura a Monserrat, in Spagna!”,

No, fa la bagassa a Parigi!”,

Macché, è partita in America a fare fortuna”,

ma quando la gente del paese si era stufata di ipotizzare tante fesserie, nessuno ne parlava più.

Ma loro non potevano smettere di pensare alla loro amica: non potevano non pensare che adesso Ada era sana e salva a Roma, lontana da quell’uomo che viveva nel paese, frequentava spesso casa Lobina e che l’aveva stuprata per anni, fin da quando era una bambina.

CAPITOLO CINQUE

Ad Apollonia Congiu i soldi servivano sempre e sempre di più, perché le cure che prestava ai suoi compaesani e agli abitanti dei paesi vicini, raramente le venivano retribuite in moneta sonante o biglietto frusciante: spesso si accontentava di carne, frutta, uova o anche solo di un’eterna gratitudine. Apollonia, che chiamava la medicina “la mia missione”, era una donna molto bella, robusta, intelligente, coi capelli e gli occhi più neri della notte più nera, e viveva in una casetta diroccata grande quanto un pollaio, con suo fratello Anacleto, anche lui dedito alle scienze sia occulte che non.

Insieme avevano vissuto l’esperienza più triste della loro missione di vita qualche anno prima della visita di Donna Caterina Curreli: era un nuvoloso e freddo giorno di novembre, quando Gesuina Lobina aveva bussato alla loro porta con un sorriso raggiante e gli occhi colmi di lacrime. In quel tempo aveva 13 anni, era una bambina e già aveva fatto capire al mondo che la sua testa funzionava in modo decisamente particolare.

Sono incinta signorina Congiu.”

Gesuina, ma come? Ma che dici?”

Ieri notte mi è apparso un angelo di Dio e mi ha detto che avrò un bambino.”

L’angelo di Dio altri non era che Giovanni Ledda, un amico di suo fratello, che nottetempo si era introdotto a casa Lobina per intrattenersi con Guido e che aveva pensato di prendersi gioco della piccola pazza di casa.

Mi serve qualche tonico, di quelli che sa fare lei: Vincenza ha raccontato di aver bevuto qualche tonico quando aspettava sua figlia Giacoma.”

Pensando di fare cosa gradita alla famiglia Lobina, ossia credendo di risparmiare a tutti nove mesi di follia pura, dopo essersi consultata con Anacleto, Apollonia fece bere alla novella Madonnina un buon decotto di foglie di alloro con tanto zucchero.

Ora è tutto sistemato.”

Signorina Congiu, cosa vuol dire?”

Che ora non sei più incinta anima mia: non sta bene che una bambina così graziosa come te partorisca un bambino, non trovi?”

Mai i fratelli Congiu videro piangere così tanto anima viva – e di tristezze e scene di disperazione ne avevano viste molte e molto profonde – ma si dissero che non potevano comportarsi altrimenti.

Sai Maria” disse Gesuina a sua sorella, poco tempo dopo “Apollonia Congiu, cussa bruxia mala, ha ucciso il Salvatore che portavo in grembo.”

Bazìpie.” rispose Maria, come sempre.

Penso proprio che sia un demonio. Non appena il Signore me lo ordinerà, credo che la brucerò viva.”

Bazìpie.”

***

Apollonia e Anacleto erano i custodi dei segreti della gente del paese e del circondario. I rapporti con la famiglia Lobina erano delicati perché entrambi erano stati in qualche modo coinvolti nella fuga di Ada a Roma: la sorella di Veneranda, amica dei due, era partita in fretta e furia lasciando in terra sarda tutta la famiglia e molte domande senza risposta. Da quel giorno erano passati quasi vent’anni e Ada non si era più vista.

Ecco come erano andate le cose.

Erano tutti e tre ragazzini, Anacleto aveva dismesso i pantaloni corti e Apollonia e Ada avevano sanguinato per la prima volta da poco tempo quando quest’ultima, in lacrime, aveva detto ai suoi due amici che sarebbe partita, congedandoli con un abbraccio, due baci e poche parole frettolose.

I due fratelli si erano offesi così tanto che si erano tenuti ben lontani da casa Lobina per qualche tempo, ma qualche mese dopo Anacleto ci aveva ripensato ed era andato a parlare con la sorella della sua giovane amica: Veneranda Lobina, da poco sposa di Giuseppe. Fermato sull’uscio del cortile da Antonia Spiga, era giusto riuscito a dare uno sguardo alla facciata della grande casa: il tanto che era bastato per restare di sasso.

E ti dico che l’ho vista sorri mia! Era lei, proprio lei!” disse subito alla sorella.

Anacleto, hai bevuto ancora?” Apollonia continuava a rimestare le erbe per un medicamento.

Te lo posso giurare Apollò: neanche un bicchiere di moscatello! Ti dico che Ada era dietro la finestra di camera sua!”

Ellus!” lo canzonò lei cercando l’agave.

Ma secondo te non riconosco la mia fidanzatina? Era lei, solo più grassa!”

Ma se Ada è sempre stata secca come un ramo di mandorlo, babbeo!”

E io ti dico che era lei, grassa come quando tzia Maria Pipia era incinta della figlia!”

Sei un babbeo fatto e finito, lasciatelo dire fratello mio! Proprio uno scherzo mal riuscito! Quando mai Ada potrebbe essere incinta? È troppo giovane per sposarsi, figuriamoci se può avere un figlio!” e secca chiuse il discorso. Parlare di quell’amica che l’aveva abbandonata di punto in bianco era per lei doloroso.

Solo cinque anni più tardi, avevano ricevuto una missiva da Roma, in cui Ada gli spiegava tutto chiedendo, anzi implorando, che non ne facessero parola con anima viva o morta.

[…] Quindi neppure ai vostri amati spiriti dovete rivelare quel che io vi ho scritto. Vi basti sapere che ora sto bene e che ogni volta che passo per quella piccola piramide mi venite in mente voi e i libri che mi leggevate. Abbiate cura di voi, non vi ho dimenticati e mai vi dimenticherò: se il buon Dio a cui voi non credete mi darà la possibilità di salutarvi prima di morire, morirò felice. Dovreste crederci, sapete? Se Dio non esistesse, perché avrebbe senso questa nostra vita?

Con affetto

Ada

Una volta al mercato Antonia Spiga si era lasciata sfuggire – di proposito – che Anacleto e Apollonia Congiu si sarebbero dovuti pentire di fronte a Dio del destino di Ada e questo aveva scatenato un pettegolezzo che vedeva Ada morta ammazzata dai fratelli “stregoni” in un rito satanico.

Da quel momento i due erano stati bersaglio delle vessazioni dei bambini del paese: quante uova marce e quanta cacca avevano dovuto raccogliere dalla soglia della loro baracca e quanti insulti avevano dovuto sentire! Nel paese, il mistero di Ada Lobina aveva tenuto banco per molti anni:

La piccola di casa si è fatta suora di clausura a Monserrat, in Spagna!”,

No, fa la bagassa a Parigi!”,

Macché, è partita in America a fare fortuna”,

ma quando la gente del paese si era stufata di ipotizzare tante fesserie, nessuno ne parlava più.

Ma loro non potevano smettere di pensare alla loro amica: non potevano non pensare che adesso Ada era sana e salva a Roma, lontana da quell’uomo che viveva nel paese, frequentava spesso casa Lobina e che l’aveva stuprata per anni, fin da quando era una bambina.

Pubblicato in: scemo chi legge

Estate 2016 – non conosco le mezze misure

Non conosco le mezze misure, e questo lo sapevo. Ma mi stupisco di me stesso se penso che lunedì 15 agosto ho passato 14 ore di fila in spiaggia: a parte l’odiosa sabbia asciutta sui piedi asciutti (chi ha visto “Cuore di Tenebra” sa) è stato tutto pressoché perfetto tra sorgere e tramonto del sole, sangria, amici, cibo, birra, acqua cristallina e un clima caldo ma per niente afoso. Anche se dopo 14 ore stavo più o meno così:

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La la verità è che la mia estate 2016 è iniziata giovedì 11 agosto nel momento in cui è stato siglato l’accordo nero su bianco per l’apertura della Ferai Arts Factory, luogo in cui lavorerò. Cosa vuol dire? Che stavo demmmerda, ero pressoché disperato:

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Vuol dire che ho passato un mese e mezzo a drogarmi di telefilm e cibo perché non si trovava un posto in cui trasferire le attività di Ferai: la situazione non era così disperata (abbiamo tanta gente che ci sostiene) ma io che non conosco le mezze misure, non riuscivo neppure a dormire. Ed ecco che pure quest’anno l’unica prova costume superata sarà quella del costume di carnevale. Ma mi basta scorrere nella memoria (e credo in gran parte dei post di questo blog) per trovare lamentele sulla forma fisica e/o promesse sul dimagrirò, andrò in palestra, da lunedì dieta, eccetera blablabla.

Ora dunque, è giunto il momento di godersi l’estate 2016: tanta spiaggia, amici, dolce-far-niente, bei film, riposo. Sono carico a mille per l’inizio di questo autunno, amo l’autunno: rassicurante autunno, né troppo freddo né troppo caldo, quando bisogna trovare un senso alle giornate “fragili” improvvisamente piovose invece che dover cercarlo in quelle “arroganti” giornate soleggiate e calde dell’estate. In autunno io sto bene, anche perché, diciamolo: non mi so godere il relax. Dopo un po’ che sto in panciolle mi rompo il cazzo, sclero male, devo fare qualcosa “di produttivo”.

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Ho tutta l’intenzione di godermi l’estate (quel che resta) al massimo, anche perché se è vero che non conosco le mezze misure, non ho intenzione di perdermi un istante: non riesco a stare neppure sui social (io che ne sono drogato) tanto sto bene. Ora stacco e parto per Bosa (qui qualche immagine), non ci sono mai stato.

Pubblicato in: amore&affetti vari

Un post altamente patetico.

“Hai un difetto: non ti apri mai, non parli mai davvero dei tuoi problemi” Quante volte me la sono sentita dire questa frase? È vero, e lo so che è un difetto. Solo che c’è sempre una sorta di paura e di pudore: la paura che l’interlocutore non capisca, il pudore che la mia apertura sia pesante, noiosa. (tipo adesso che scrivo questa confessione, questo post altamente patetico).

Non ho mai avuto amici, mai una famiglia che mi chiedesse “come stai?” interessandosi davvero alla risposta. Sono sempre stato io e solo io coi miei problemi da risolvere e le riflessioni solitarie sui massimi sistemi e sul sesso degli angeli, così come su cose più concrete e vere (insomma le seghe mentali). È tremendamente difficile per me aprire il cuore, perfino con la mia dolce metà (e dopo due anni e mezzo non va per niente bene). È praticamente impossibile che riesca a farlo per più di qualche minuto. Qualcosa mi blocca…ma cosa?

Tengo le persone distanti, lascio avvicinare con molta cautela alcune (il 90% delle quali si rivela tutto fuorché meritevole di ossigeno) e il risultato è che sono solo. Una persona sola e felice di esserlo, ma (e qui sta il problema) con la frustrazione, a volte, di non avere amicizie facili, quelle relazioni superficiali, divertenti…a volte ci provo a coltivarle, ma poi voglio approfondire (perché è più forte di me) e rovino tutto, cado vittima di cocenti delusioni o io stesso vengo smascherato come persona poco interessante. Non so che pesci prendere, davvero. (giuro che non lo so davvero)

In questi giorni in cui vorrei tutto (dall’abbraccio al rimprovero), ma tengo tutti lontani (perfino la mia stessa testa: mi sto ammazzando di puntate di qualunque telefilm e pagine e pagine di libri)  perché sono alla ricerca di un nuovo spazio di lavoro (lo spazio di Pirri del Ferai Teatro Off ha chiuso per sempre e appena sarà possibile racconterò cosa è successo) e questa ricerca sembra impossibile (come la ricerca di forme di vita intelligente negli studi di Uomini&Donne per intenderci), è davvero dura. Durissima.

Cioè: ne sto parlando qui, capisci?

E se sei arrivat* a leggere fino a qui, significa che ti importa davvero (o che non hai un cazzo di meglio da fare) e allora voglio rivelarti una cosa: io ho paura delle persone, non so come comportarmi. Avevo già capito di non essere un animale sociale e di essere tutto fuorché un PR, ma ora parlo a livello personale, non lavorativo: ho paura di essere noioso o pedante, poco simpatico o troppo euforico. Ci sono una marea di persone che frequento per lavoro, i miei allievi, gente che vedo regolarmente ogni paio di giorni la settimana per lavoro appunto, alcuni dei quali vorrebbero avere un rapporto normale al di fuori dal laboratorio. Ma no, ho paura. Paura di deluderli come persona (diciamocelo: loro sono “attratti” da Ibba Monni, io temo il giudizio su “Andrea”) e quindi prima di “concedermi”devono sudare sette camicie. E “se mi concedo” (sto usando troppe virgolette in questo post) lo faccio in punta di piedi. E che rapporto può crearsi con qualcuno se sono così “finto” (e basta con le virgolette del cazzo!)?

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Pubblicato in: non classificato

Pensieri sparsi, girandole emotive, tante altre cose.

Non è importante chi arriva, ma chi resta. Do spazio a molti con entusiasmo, ma con altrettanta passione ed energia. Restano in pochi, nonostante tutto, nonostante me: persone pronte a dirmi di no, a correggere i miei sbagli, a sopportare i momenti bui e a gioire nei momenti felici; persone che hanno capito che non c’è nulla da guadagnare e va bene così. E io le ringrazio una per una, ci metto poco: le conto sulle dita delle due mani e mi avanza pure spazio.

E la gratitudine:

Un blog che mi chiedono di leggere, un diario di pistola e gatti, smalto rosso e baci con la lingua.

Seguire su facebook da lontano e con discrezione e rispetto un amico e i suoi “trains”.

Un audio su whatsapp di chi mi offre il suo aiuto incondizionato sapendo che non ne ricaverà nulla, se non la mia eterna gratitudine.

Un’ecografia in allegato a un messaggio facebook di chi tiene a dire a me prima che a casa sua di essere in attesa.

E poi Ga’ che c’è anche se forse vorrebbe essere, come me, altrove.

Lottare, lottare inevitabilemente, non c’è vai d’uscita a questa vita. Lotti per restare a galla finché non muori. Punto. Io no, lotto per lasciare un’eredità artistca, morale, etica, sicuramente non economica. A chi poi?