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Addio 2016.

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QUESTO POST NON È UN RIASSUNTO NÉ UN BILANCIO DEL 2016, TANTOMENO UN “PROMETTO CHE…” DEL 2017.

È stato uno degli anni più brutti, come tutti gli anni pari. Iniziato e finito con la lombalgia e l’otite perforante, verrà ricordato dal sottoscritto come “l’anno dell’esposto” (clicca qui per capire di cosa sto parlando). Insomma: non mi mancherà per nulla, non vedo l’ora che finisca.

E le cose belle? Certo: poche ma ottime. Ad esempio lo spettacolo “Cuore di Tenebra” che ha reso possibile trarre davvero qualcosa di buono dalle esperienze familiari che mi hanno segnato. Ma anche tutto il mio lavoro che va sempre bene, sempre meglio eccetera eccetera.

E gli amici persi? Sì, gli amici, perché quelle due persone, anche se non si sono comportate come tali, io le consideravo davvero amici. Non ho perso nulla: preferisco dire che ho guadagnato spazio. Chissà se sbaglierò ancora covando serpi in seno e dando opportunità agli opportunisti. Boh, lo spazio c’è, speriamo di non fare gli stessi errori.

E i buoni propositi scritti un anno fa e (come tradizione) riletti oggi? Non ricordavo che un anno fa mi drogassi di stucchevolezza, ho riletto le promesse fatte a me stesso e ho vomitato: mancava solo “voglio la pace nel mondo” per completare un elenco di banalità senza precedenti. Mah.

Per me il capodanno ha un valore simbolico enorme: finisce un ciclo, ne inizia un altro. Muoio dalla curiosità di sapere come e dove sarò tra 365 giorni. Per adesso so che succederà nelle prossime ore: amore, amici, alcool, cibo e trallallà.

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Natale 2016 – famiglia è dove sta il cuore

È il mio Giorno del Ringraziamento. Da quando non c’è più Nonna Nandina non è più il Natale cattolico della messa e del “Gesù bambino” ed è un giorno nel quale i miei pensieri positivi si spargono per il globo. Ecco perché sono grinch coi Grinch: sei libero di crederci o no, ma approfittane per fare bei pensieri giacché tanto non li fai mai!

Questo è un Natale diverso, è da ieri (grazie a Monica e a Rosa che inconsapevolmente mi hanno illuminato) che ho deciso di pensare a ciò che ho e non a quel che non ho più o non ho mai avuto. Ecco a chi vanno questi pensieri positivi: alla mia famiglia.

La mia famiglia è quell’insieme di persone che custodiscono un pezzetto (più o meno grande) del mio cuore:

  • la mia famiglia è Ga’ che da quasi dieci anni fa sì che io sia ciò che sono nel bene (nel male ci penso da me): perché famiglia è chi ti fa crescere e ti sostiene nell’errore;
  • la mia famiglia è la famiglia della mia dolce metà, che giorno dopo giorno mi mostra e dimostra che la quotidianità è fatta di alti e bassi e che non ci si deve mai mancare di rispetto: perché famiglia non significa andare d’accordo per forza, ma vuol dire rispettare i pensieri altrui;
  • la mia famiglia sono i miei amici: pochi, pochissimi esseri umani che mi vogliono bene nonostante tutto e ci sono anche quando non ci sono, al di là del tempo e dello spazio: perché famiglia è non farsi sentire abbandonati, mai;
  • la mia famiglia è il mondo Ferai: una marea di anime che si affidano a me per imparare/vivere l’arte teatrale, che gioiscono dei nostri successi e ne prendono parte attiva, che mi rendono orgoglioso dei loro traguardi dando un senso alla mia vita: perché famiglia è crescere insieme e essere felici di ciò che si raggiunge insieme.

Quel che valgo lo devo a loro, tutti quanti in modo diverso: parti fondamentali di me. Ga’ che vive e lavora con me, che mi prepara il caffè ogni dopo pranzo e che mi abbraccia quando abbiamo bisogno di abbracciarci: lui è tutto. La mia dolce metà e la sua famiglia che mi hanno accettato proprio quando avevo perso fiducia nella “famiglia tradizionale”: mi tengono coi piedi per terra, smorzano ogni stucchevole piega sentimentale, sono il mio contatto col mondo che mi ha sputato via. I miei amici si contano sulle dita di due mani e non spariscono mai, rispettano i miei tempi, i miei modi e sanno dire no, sanno dirmi “sbagli” e non mi mentono mai e poi mai. Il mondo Ferai che impegna la mia vita al 100% è fatto di gente che ce la mette tutta, sempre, e che mi dà un esempio concreto di cosa sia ciò che ho creato. No, ci tento ma non trovo le parole per dire GRAZIE a queste persone, tutte, che fanno sì che la mattina mi alzi col sorriso e la notte dorma bei sogni.

La mia famiglia è differente, ma non la cambierei con nessun’altra al mondo.

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Che bell’anno che è stato… che bell’anno demmerda.

Come ogni anno pari della mia vita, anche il 2016 è stato decisamente marrone: ma se fino ad ora tutti gli anni pari della mia esistenza sono stati tremendi, questo che sta per finire, ha voluto decisamente strafare. Non sono superstizioso in generale e non ci credo: ma può essere davvero una coincidenza? Com’è stato questo 2016?

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I primi mesi degli anni pari sono abbastanza tranquilli, come quest’anno, poi la rottura de cazzo arriva come un caterpillar e spesso a valanga. Passo la prima metà di questo genere di anni a subire e la seconda metà a cercare di rimediare. Caro 2016…

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Quest’anno è iniziato con un’otite perforante e una lombalgia che si sono scatenate da fine gennaio e che ogni tanto mi ricordano che non sono andate via. Poi gli eventi che ci hanno portato a dover traslocare, l’estate da depresso, un autunno di stress e lavoro stressante, diciamo che mancano 29 giorni alla fine di quest’anno sfigato e ho un po’ paura, ecco…

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Non ho ancora fatto la lista dei buoni propositi del 2017, ma presto la farò. Mi aspetto grandi cose e in effetti già da adesso so che almeno lavorativamente sarà un anno fantastico. Io in tutta sicurezza faccio i dovuti scongiuri…

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Gilmore Girls: a year in the life – recensione misky

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Parto da un presupposto: non sono un fan dell’ultimo minuto, io seguo, amo e venero le “Gilmore Girls” da tipo dieci anni. Quindi sono pienamente autorizzato a dire la mia su questo sequel, queste sei ore di chiusura della serie dieci anni dopo.

COSA MI È PIACIUTO:

Tutto: tornare a Stars Hollow è stato un po’ come tornare a casa: stesso clima camp, stesse sicurezze, stessa meraviglia. La storia ha senso (per quanto possa mai essersi detta “sensata”) e la sua (non)conclusione ti lascia sperare in un altro sequel (che non accadrà mai).

COSA NON MI È PIACIUTO:

Lorelai poteva fare più palestra e meno botulino. Non capirò mai perché queste belle signore devono ridursi la faccia come una pagnotta.

Aspettavo con ansia il ritorno di alcuni personaggi e per uno dei miei due preferiti – ovviamente Sookie St. James – ho dovuto aspettare parecchio (compare nell’ultima puntata), apprezzo il fatto che molti di loro abbiano voluto e potuto fare almeno una scena ma…troppo poco!

Voi mi state dicendo davvero che non c’era nessun altro attore disponibile per interpretare il nuovo papà di Lorelai? Ho passato un paio di minuti a urlare a Emily di stare attenta, perché lui ha ucciso Laura Palmer!

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La scena del musical è davvero troppo lunga, noiosa.

E soprattutto: com’è che riesci ad avere Jess Mariano per più di cinque minuti e lo tieni zitto zitto e con la maglietta addosso? A me Milo Ventimiglia piace così:

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Pubblicato in: politica&società

Non abituiamoci.

Non c’è solo la violenza fisica ed è come se ci fossimo abituati a prenedere schiaffi e pugni e calci in faccia, in pancia, sugli stinchi. Non c’è nulla di peggio dell’abitudine che rende ciuco da soma un asinello e inermi gli esseri umani.

Non c’è solo la violenza fisica, c’è anche quella morale che è ancora più subdola e pericolosa perché rende bestia chi bestia non era. Parlo di quanto e come e quando ci siamo abituati alle guerre, al turpiloquio disinvolto, agli Erika e Omar, ai corpicini dei bambini siriani spiaggiati.

A furia di verità, ci siamo così tanto abituati alla realtà che ci sembra fantascienza, ci sembra lontana, non nostra e allora ci rifugiamo nel mondo cinematografico dei supereroi e dei maghi. A furia di farci parlare alla pancia invece che, non dico al cervello ma almeno alle orecchie, ci siamo abituati a sentire di tutto, a vivere tutto.

Ho paura, tanta paura. Mi manca lo sdegno per un fatto di cronaca nera, mi manca la paura della guerra, mi manca il rispetto per i morti, il rispetto per la Politica, il rispetto per il vicino di casa, il rispetto per il vicino di casa e per il lontano, il rispetto per noi stessi. Mi manca il confronto civile, mi manca il dibattito vero, quello in cui ognuno dice la sua senza inventare baggianate o insultare il contraddittorio.

Ci siamo abituati così tanto a questa violenza morale che non sappiamo più ascoltare qualcosa che non sia urlato, aggressivo, martellante. Ci siamo abituati così tanto a questa violenza morale che non restiamo più incollati alla tv, con la forchetta a mezz’aria perché un barcone di migranti è affondato portando a morire esseri umani. Ci siamo abituati così tanto a questa violenza morale che ci sentiamo legittimati a perpetrarla sempre di più attraverso l’insulto sistematico.

Ci siamo abituati così tanto a questa violenza morale che non sorridiamo più. Non piangiamo più. Non ci viene più la pelle d’oca. Ho paura. Non abituiamoci.

Pubblicato in: scemo chi legge

Gli eroi dei social network

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Questa è una dichiarazione di amore, stima e mischinanza. Questi sono i miei personalissimi eroi dei tempi moderni, i paladini dei social network a cui voglio dedicare questo post: io vi amo, vi stimo e vi compatisco, ma mai tutte e tre le cose insieme. Ora vi spiego e parlo al maschile per convenzione, non perché i protagonisti di questo post sono maschi.

Io amo l’eroe di Facebook, colui che passa ore ed ore a commentare, discutere e litigare sui post socio-politici, al fine palese di far capire ad altri utenti che la terra è una sfera che gira intorno al sole. Viviamo tempi molto patetici, in cui mass media e politici parlano alla pancia della gente (con conseguenti deiezioni) e facebook è la cloaca verso cui il cretino di turno deposita tutto ciò che gli passa per la testa. Il mio amato eroe è sempre lì, sempre presente, ovunque, a cercare di spiegare, di non cedere agli insulti, di far capire, ragionare e poco importa se indicando la luna gli altri gli fissano il dito: lui non si abbatte, non si scoraggia, non molla la presa.

Io stimo l’eroe di Instagram che pubblica centinaia tra foto e video, storie temporanee e foto permanenti, tutte uguali, sempre le stesse: faccina avvilita, piatto di cibo, animale domestico ignaro, panorama. Il mio amato eroe non soffre la pioggia dell’autunno né il freddo dell’inverno, perché nelle altre due stagioni è stato previdente, ha fatto scorta e durante i sei mesi più freddi dell’anno ha una galleria fotografica di se stesso desnudo in spiaggia che può snocciolare insieme al menù del giorno, al gatto o al cane e alla vista mozzafiato della sua città (sempre lei, sempre più consumata dai click degli eroi).

Io compatisco il misky-eroe di Snapchat, che si strugge e si sbatte per postare foto e video con quei quattro effetti baracconi che l’applicazione offre. Questo eroe è ancora più eroe perché non gli basta essere il mio paladino di Instagram, no, lui passa tanto tempo e dedica tante energie anche a Snapchat, in barba al mondo che vive e al tempo che passa. Perché essere semplicemente anonimo quando puoi pensare di diventare  la Chiara Ferragni di stocazzo?

I miei tre eroi non hanno preoccupazioni, non hanno tanti impegni e io li amo, li stimo e li compatisco. Un po’ li invidio perché vorrei avere la loro voglia, il loro tempo, il loro amor-proprio. Invece mi limito a scrivere fesserie quassù e a pubblicare pezzi del mio corpo sapientemente tagliati per non far vomitare i miei followers.

 

Pubblicato in: misky, miskies e mischinanze

Ricomincio.

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Va tutto bene. Ormai posso dirlo. È stata un’estate tremenda, ricca di preoccupazioni e ansie, di frustrazioni e paure. Ma ora che si è risolto tutto e che è quasi arrivato l’inverno, tutto va meglio di prima. Fanculo gli anni pari, mi han sempre portato male.

Perdersi è terapeutico, devi cercare nuovi punti di riferimento e ripartire in qualche modo da zero e va bene, ma io non avevo molta voglia di stare come sono stato. Ci ho messo un po’ a ritrovare la strada e non ho voglia di dirvi tutti i fatti miei, né ho desiderio di appesantirvi.

Voglio solo fare un annuncio:

Mi chiamo Andrea, per molti sono Ibba Monni, per qualcuno solo Andre. Ho trentatré anni (pazzesco come più passa il tempo e più sposto un po’ più in la l’età dell’uomo maturo) di cui venticinque passati a teatro, venti a dieta, dieci con Ferai Teatro e tre a cercare di non fare troppe cazzate. Da oggi in poi quassù troverete molto di me, voglio condividere tante cose con voi, molte di più. Sono anni che bistratto questo blog che invece in molti amano perché ogni volta che pubblico qualcosa la leggete in tanti. Badate bene che io non mi sento stocazzo, ma almeno una decina di persone in questi anni mi ha detto che grazie al mio blog ne ha aperto uno o comunque ha iniziato a scrivere: la cosa mi ha fatto sempre sentire felice. Ecco perché voglio tornare a scrivere tanto, su tutto e con l’energia di prima. Facebook mi perdonerà.

Sono tornato, più “Misky” di sempre.