La storia di Francesco.

Schermata-3E rientro sempre in quella casa: ogni notte rientro tra quelle mura che sono uno spettro, una carcassa gigante; rientro lì di nascosto, per nutrirmi come ho fatto per anni. Per anni ho nutrito il mio corpo e la mia anima con cibo e vita tra quelle mura che mi hanno visto bambino, consolato da adolescente, rassicurato da uomo. Da qualche notte quella casa è invasa, loro si nascondono dietro gli angoli, la stanno profanando con odio, con miseria d’animo. E io decido, notte dopo notte, di andare via scappando da loro, dal loro odio e dalla loro miseria d’animo. Ma stanotte non mi hanno visto e allora sono andato via, non sono fuggito.

15 gennaio 2015. Francesco va a letto contento e con l’ego appagato. Un ex fidanzato che non vedeva e non sentiva da due anni ha voluto vederlo poche ore prima per “dirgli delle cose”. E Francesco, la cui curiosità vince sull’indifferenza, ci è andato e si è sentito dire che “sai, a distanza di due anni volevo solo dirti che mi dispiace per come mi sono comportato con te, mi hai voluto davvero bene, sei una bella persona.” Francesco è colpito: si può davvero lasciare il segno così profondo su qualcuno, al punto che questa persona senta il bisogno di rivederti dopo tanto tempo per dirti che ha sbagliato?

16 gennaio 2015. È l’ultimo giorno in cui Francesco ha visto la sua famiglia d’origine. Una bella riunione famigliare in cui è stato insultato e cacciato via. Francesco ha aveva una famiglia sulla carta, ora tutte le maschere cadono e lui si ritrova davanti delle persone che gli urlano in faccia quanto lui valga poco o nulla, gli vomitano addosso quanto lui faccia schifo. A detta loro Francesco si è fatto manipolare da altri, è un ingrato, non si merita nulla e nessuno, Francesco è “una merda”, la gente di cui Francesco si circonda è “feccia” (e tante altre cose); a detta di Francesco la “famiglia” è fatta di persone che ti amano incondizionatamente nonostante tutti i tuoi sbagli, non è composta da esseri miseri pronti a farti la forca per una casa diroccata (“serve più a me che a te” dice l’ex sorella fascista), non è generata da una madre fallita pronta a fare/subire ricatti morali e affettivi perché sa di valere così poco come donna che può solo comprarsi un surrogato d’amore e di rispetto, né da un padre senza attributi/personalità/carattere/volontà pronto a sentirsi dire tre volte “se mi cacci non mi vedrai mai più” e per tre volte pronto a rispondere “vattene”.

E Francesco se n’è andato, in poche settimane ha portato via tutto ciò che in anni aveva reso quel posto la casa, la sua casa, il suo focolare. Nulla di più, ma nulla di meno, a costo di regalare le cose (“Vendere? mai, neppure uno spillo: non voglio un centesimo da questa storia”). Ma nulla doveva restare la dentro, se non Amore e Perdono, perché dal letame DEVONO nascere i fiori. Settimane in cui un po’ ci sperava che la “famiglia” si facesse sentire, ci ripensasse, si ravvedesse. “È impossibile questa cosa, non sta succedendo, non può succedere, il male non può vincere sul bene”.

Francesco ha vissuto per anni la frustrazione di vedere una pessima parodia di famiglia che no sentiva più sua, che non gli apparteneva per scelte di vita, scelte politiche, opinioni, fatti e pensieri. Anni di sofferenza in cui frequentava a mala pena e controvoglia una casa che nulla aveva corrispondente a questa parola. Per ridere, chiamava tutta la faccenda “famigliare” un accanimento terapeutico. Per piangere, quando piangeva (e piangeva fitto), pensava a quanto fosse umiliante, frustrante, deprimente vederli sempre più lontani: e più il tempo passava più si rendeva conto che non erano mai stati vicini. E ogni volta che il pianto dirompeva era una certezza in più, era un funerale, ogni volta moriva qualcosa, ogni volta moriva di nuovo un nonno (che di quella famiglia era stato il collante), ogni volta di più.

“È impossibile questa cosa, non sta succedendo, non può succedere, il male non può vincere sul bene” E infatti non ha vinto. Lasciare la battaglia senza più combattere non significa per forza arrendersi: ci si scontra solo quando si pensa che si possa vincere. Ma Francesco ha capito che non c’era nulla da vincere, che comunque sarebbe andata, tutti avrebbero perso. Inevitabilmente. E allora era meglio lasciare tutto con dignità, perfino i ricordi di “quella gente” che di dignitoso non aveva più nulla. Francesco ha forse vinto, perché si è protetto come meglio poteva, circondandosi di Amore.

Francesco ripensa a quel che gli è successo il 15 gennaio e poi il 16 e si chiede ancora: ma allora si può davvero lasciare il segno così profondo su qualcuno, al punto che questa persona senta il bisogno di rivederti dopo tanto tempo per dirti che ha sbagliato?

Sto bene, la tristezza (che era atterrimento, delusione, shock) è durata un paio di giorni, giusto il tempo di ricordarmi che mi ero fatto una promessa: avevo deciso (tra i buoni propositi del 2015) che non avrebbero mai più influenzato il mio umore, e così è. Non voglio neppure ricordare qui i dettagli più infimi, miseri e pidocchiosi della faccenda, non voglio parlare di queste cose. Voglio conservare solo i bei ricordi: quelli di un posto che mi ha visto bambino, consolato da adolescente, rassicurato da uomo, che ho lasciato pieno di frasi d’amore e di perdono (letteralmente) sulle pareti e (figurativamente) tra quelle mura e che non dimenticherò mai. Mai.

4 pensieri su “La storia di Francesco.”

  1. È possibile lasciare il segno, è possibile che un giorno qualcuno venga a chiederti scusa ammettendo di aver sbagliato ed è anche possibile che a quel punto il male lasci spazio al bene…a me è successo, è successo a tanti. Ti auguro con tutto il cuore che ti succeda ancora ciò che ti è successo il 15 Gennaio e che chi ti ha ferito cosi profondamente possa risvegliarsi e avere l’umiltà di dirti: scusa, ho sbagliato, e che tu possa perdonare.
    Il perdono è la conquista più difficile da raggiungere per ogni essere umano ma chi riesce in questa ardua impresa fa un dono alla propria anima e il cuore sarà sgombro dalla paura di amare ancora.

  2. Sono arrivata qui per caso, perdona la mia intrusione. Leggendo la storia di Francesco ho ricordato la mia….
    Un abbraccio

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