Pietre.

Sono stato picchiato. Sono stato lapidato. Sono stato inseguito, braccato e pestato. Non so se sia stata peggio l’umiliazione delle pietre che mi piovevano addosso oppure le parole che ho subìto, la violenza delle vessazioni continue. Dal 1996 al 1999 ho passato tre anni, i primi tre delle scuole superiori con la paura di uscire di casa la mattina e il terrore di quello che mi sarebbe successo nel percorso tra l’uscita e casa mia. Ricordo ogni cosa: la tachicardia sull’autobus a vedere pure loro lassù, le lacrime in bagno, gli schiaffi ovunque, la corsa per salvarmi in un giorno di pioggia. Ma più di tutto ricordo quando un giorno mentre leggevo facendo orario prima di entrare a scuola e mi arrivò la prima pietra. Pensai: “avranno sbagliato” ma quella pietra mi colpì la lente destra dell’occhiale da vista. Poi arrivò la seconda e capii che no, non avevano sbagliato, ero io il bersaglio. Poi tutte le altre. Provo una gran pena per me stesso per aver avuto quel pensiero. Ero diverso e andavo punito. Ho pensato al suicidio e stavo per farlo un giorno. Poi ho deciso di vivere.

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