Io non ho paura.

Ho frequentato un seminario, Lost in Promotion, organizzato da 369 gradi e ho imparato alcune cose e avuto la conferma di altre. Non le voglio distinguere, non voglio fare il saccente né la figura di quello che fino a ieri era Alice nel Paese delle Meraviglie. Quindi, di seguito, una selezione random di un po’ di cose che ho capito davvero (imparato e confermato):

  • non ci sono alibi: il teatro è fare o non fare. Troppo facile dare la colpa agli altri che “mi hanno isolato”, che “mi hanno fatto sgambetti”, che “non ho parentele politiche”, che “sono un incompreso”.
  • il mio metro di giudizio è il pubblico: il pubblico non è scemo e la bufala torna indietro. Hai voglia di mettere litri di profumo, la gente sente e capisce il tuo vero odore alla lunga. E infatti…
  • l’immagine è tutto: quando si tratta di vendere il tuo prodotto teatrale devi vendere la cosa più figa del mondo.
  • l’immagine è niente: quando vai in scena, dopo che lo spettacolo è piazzato, devi dire qualcosa di sincero, l’immagine è l’ultima cosa che conta se non c’è un contenuto.
  • sei un pezzente: un perdigiorno per le pubbliche amministrazioni che ogni tanto ti fanno l’elemosina.
  • scappa dalla bolgia dei frustrati: in 15 anni che lavoro come professionista sento parlare di tagli alla cultura e crisi del settore. E ne parla sempre chi non lavora. Forse chi lavora ha altro a cui pensare e di cui parlare.

Ma la cosa più importante la voglio mettere a parte. Ho capito che non devo avere paura: fa niente se una collaborazione finisce e quindi vengono a mancare le promesse e le relazioni che pensavi di avere. Io faccio il mio. Non ho bisogno di un entourage di sfigati dato se ho una cinquantina di allievi che solo a pensarci piango lacrime di orgoglio. Non ho bisogno di reciare anche fuori dalla scena perché posso piacere solo come personaggio: a me importa solo dell giudizio di chi mi vede in scena. Ci metterò più tempo, ma non mi sarò prostituito, non avrò rinunciato alla mia individualità. Se la gente arriverà a pensare che anche io sono la parodia di me stesso oltre che una persona di merda, non avrà avuto da me il benchè minimo incentivo a farlo.

Dopo un attimo di delusione e poi un altro di destabilizzazione, adesso mi divertirò. È il mercato, è lavoro, è concorrenza, è vita. “Nel teatro un gruppo di amici è destinato al fallimento” ha detto sempre PFZ, uno dei miei (pochi) maestri. Io non faccio questo mestiere per fare amicizie: faccio questo mestiere per vivere.

2 pensieri su “Io non ho paura.”

  1. Però la discussione politica non può mai mancare. Parlare di tagli, di crisi del settore, di favoritismi e di logiche di finanziamento è importante per un’inquadratura nella società in cui viviamo. E’ come un matrimonio. Non voglio solo che la mia relazione sia riconosciuta dalla cerchia di amici e di tutti quelli che mi vogliono bene. Voglio anche un riconoscimento da parte delle istituzioni. Per dare un senso al termine “senso civico”. E così il teatro. Proprio perché ci considerano dei pezzenti in cerca di elemosina. E i favoritismi e gli intrallazzi non dovrebbero mai essere accettati, anche se non ne risentissimo direttamente.
    Poi per chi è nella 56 il discorso cambia. Ieri sono andato allo zoo, ossia il seminario organizzato dalla regione per la corretta compilazione della domanda per la richiesta di finanziamento. E ho capito alcune cose. Il sistema di contribuzione 56, per come è diventato negli ultimi anni arenato in una non-ancora-legge, è un sistema che porta una realtà culturale a vivere nel debito. Un po’ come l’euro. Uscirne sarebbe una follia per il grande default che ne porterebbe e si è costretti a rimanerci e vivere un’austerity continua. Un ricatto. E parlo soprattutto della danza. Che fino a ieri non sapevo fosse trattata in questo modo. Mea culpa e tanta solidarietà.
    Poi ho scoperto che esiste un osservatorio sullo spettacolo che potrebbe tornare utile a tutti, nessuno escluso, che raccoglie dati da anni (siamo una delle prime regioni) ma che non trova appoggio da parte delle istituzioni. A ottobre ci sarà un nuovo censimento e vedremo un po’ se qualcuno avrà il coraggio di interpretare questi dati.
    Ho scoperto che nel mondo del teatro ci sono alcune persone che come me lavorano sia come artistico che come organizzativo, amministrativo etc., ma a differenza mia credono che pensare a strategie, amministrarsi il denaro secondo una logica di mercato che ahimè ci coinvolge volenti o nolenti, o semplicemente avere un computer per lavorare siano affari sporchi, roba da vili affaristi. Vorrei capire se fanno la spesa seguendo una poetica o guardando quanti soldi hanno nel portafoglio. Poi c’erano i pezzenti, quelli veri, i mantenuti, i presuntuosi che credono che il teatro sia l’unica forma di educazione, i catastrofisti e gli insoddisfatti/frustrati. Ma anche tante belle persone e lavoratori, seri.
    E infine ho capito che aldilà di tutto c’è veramente tanto da fare. E chi sta fermo ha le ore contate.

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