La sottile lucidità

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Cosa vorranno vedere? Cosa vorranno capire?

Premetto due cose.

La prima è che erano tre mesi che non avevo una serata libera dal lavoro a teatro, quindi è stato terribilmente fuorviante per il mio intelletto-intestino-cuore andare a teatro ieri sera a vedere qualcun altro che si esibiva. Vestirsi finalmente senza il problema di doversi sporcare, fare la piastra ai capelli senza il problema di dover mettere e togliere  i copricapo di scena (ho addirittura messo i cristalli liquidi!), mettersi un paio di spruzzate di D&G al collo sapendo che non si sarebbero mischiati agli odori di naftalina dei costumi di scena. Insomma gente: ero già felice di mio. Ma di certo le sparkling LucidoSottile ci han messo del loro.

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La seconda è che le luci del teatro amplificano: se sei presente diventi enorme, bellissimo, uno spirito elegante che entra dentro. Se sei una sega ci sono centomila specchi che ti svergognano e ti denudano nel più umiliante dei modi. E loro erano presenti, quindi gioco facile.

Avevo visto Blu Sangue, era il 2005, ero un coglioncello, ero meno sofisticato, ma mi aveva comunque lasciato l’amaro in bocca, c’erano state cose che non mi erano piaciute, io così attento al dettaglio a tutti i costi, io così attento all’estetica, io che ero nel mio periodo intellettualoide (=illuso di avere una cultura) ma che ero, come sono, intellettualmente onesto e sincero in azioni e reazioni.

Ho visto Stanze Tirate a Lucido l’estate scorsa e ho provato la stessa sensazione per motivi diversi, al pari di un’altra cosa, stavolta una certezza: io con “quelle due” ci devo lavorare, perché in questi quattro anni hanno raggiunto quella dimensione di pop che tanto mi piace. Perché il pubblico lo devi catturare senza alibi e senza polemiche. Ormai la tv ha fagocitato e continua a fagocitare tutto e amen. Quindi senza stare nella torre d’avorio devi trovare nuovi linguaggi (anche se sono vecchi linguaggi, l’originalità mica ti vietano di usarla).

Ieri ho visto Speradiserabeltemposi…rosso un mix molto ben riuscito che parte dalle origini delle due interpreti, cioè la danza di Tiziana Troja e Michela Sale Musio (qui a lato nella toccante e delicata Isottah Romanif di Stanze Tirate a Lucido). E iniziando dalla danza e dall’uso e abuso che se ne fa a teatro e in tv, si sono cucite addosso uno show spassoso, sopratutto quando ha toccato temi e argomenti del mio passato artistico e lavorativo. Uno show delizioso, se fossi ancora in preda ai fumi di ieri notte direi che se Pina Bausch fosse comica e logorroica farebbe spettacoli molto simili. Ma non sono in preda ai fumi di ieri notte e  mi odio se divento reverenziale. Ma in inghilterra ho imparato, tra le altre cose, un modo di dire che calza a pennello: they kicked arses,  hanno calciato culi. Si, in inglese suona più figo. Scenografia essenziale, con poltroncine fighette e albero di Natale non addobbato, luci semplici (=efficaci), costumi semplici (=duttili e malleabili), attrici in forma  compagni di scena come valide spalle, colonna sonora troooooooooppo figa!

E poi la consapevolezza che fa guadagnare mille punti nel mio personale e inutile elenco di voti. Consapevolezza di essere il nuovo che avanza continuando a guardare negli occhi le persone; consapevolezza di essere piccole icone della piccola comunità lgbtq della piccola Cagliari (che stucchevole melassa quella che le ricopre ogni volta che le persone omosessuali mi parlano delle LucidoSottile!) senza perdere di vista il fatto di essere persone che fanno Arte; consapevolezza di non abbandonarla mai quell’Arte; anche e sopratutto quando mettono su uno spettacolo che prende per il culo teatro, teatranti, teatro-danza, danza-teatro, coreografi, registi e scosciate ballerine;  consapevolezza che comunque sia quel pubblico che va a vederle è fatto da persone eterogenee che magari si tirano a lucido (con addirittura i cristalli liquidi nei capelli!), ma cosa vorranno vedere? Cosa vorranno capire?

Propositi per il nuovo anno: andare più spesso a teatro a vedere spettacoli di artisti che non conosco personalmente, così da essere libero, come mi sono sentitro ieri mentre mi godevo lo spettacolo e così come mi sento oggi mentre ne scrivo.

E io con “quelle due” ci devo lavorare.

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