A cinque anni stavo mettendo alla mia sorellina i pannolini. Ho visto la sua Vagina, ne volevo una. Ne volevo una. Pensavo che sarebbe cresciuta, pensavo che mi sarei aperta.
Morivo dalla voglia di sentirmi al mio posto. Morivo dalla voglia di odorare come mia madre. Il suo aroma viveva nei miei capelli, sulle mie mani, nella mia pelle. Morivo dalla voglia di essere carina. Carina. Mi chiedevo perché mi mancava il pezzo di sopra del costume in spiaggia, perché non ero vestita come le altre ragazzine. Morivo dalla voglia di diventare completa.
Morivo dalla voglia di sentirmi al mio posto. Di fare la majorette. Mi assegnarono un sesso il giorno della mia nascita: è casuale come essere adottati o vedersi passare davanti un gatto nero per strada. Non ha niente a che fare con chi sei tu o la tua paura degli animali.
Ma nonostante l’apparato che ero costretta a portarmi appresso, ho sempre saputo di essere una ragazza. Mi picchiavano per questo. Mi picchiavano perché piangevo. Mi davano dei pugni perché volevo toccare. Coccolare. Abbracciare. Aiutare. Tenere le loro mani. Perché cercavo di volare in chiesa come Suor Celeste. Perché facevo la ruota. Perché facevo le calze all’uncinetto. Perché portavo la borsetta all’asilo. Mi riempivano di botte ogni giorno mentre andavo a scuola. Nel parco mi hanno rotto le unghie dipinte con il pennarello. Mi han pestato la bocca dipinta con il rossetto.
A suon di botte hanno cacciato la ragazza dal mio ragazzo, o ci hanno provato.
Così entrai in clandestinità. Smisi di suonare il flauto. «Sii uomo, difenditi», ridagliele. Mi feci crescere una barba folta. Entrai nell’esercito. «Ingoia il rospo e tira dritto». Diventai più spenta, annoiata, a volte crudele. «Fa’ il macho! Fa’ il macho! Dacci dentro!». Sempre tesa, imprecisa, incompleta. Scappai di casa dalla scuola, dal campo di addestramento.
Corsi a Roma, poi a Mykonos, Miami…trovai gente gay, le lesbiche dei boschi. Ho fatto la mia prima iniezione di ormoni. Ho avuto il permesso di essere me stessa. Di spostarmi, di viaggiare, di immigrare. Trecentocinquanta ore di aghi roventi. Contavo le particelle maschili mentre morivano. Sedici peli maschili andati. Il femminile è sul tuo viso. Alzo un po’ più le sopracciglia, sono curiosa, faccio domande. E la mia voce fa pratica pratica: è tutto nella risonanza. Cantilena cantilena. Gli uomini sono monocordi e piatti. Gli accenti sono davvero belli, quello sardo poi aiuta un sacco.
«Ciao amica mia!» E la Vagina è tanto più amichevole. Io la amo, mi dà gioia. Gli orgasmi arrivano a onde. Prima erano a scatti. Sono la ragazza della porta accanto. Il mio papà, Tenente Colonnello, finì per pagarla, la mia Vagina. Mia madre era preoccupata di cosa la gente avrebbe pensato…di lei. Che aveva fatto succedere questo. Finché io non venni in chiesa e tutti le dissero che ha una bellissima figlia.
Io volevo sentirmi al mio posto. Io sono diventata morbida. ora sono autorizzata ad ascoltare. Ora sono autorizzata a toccare. Ora sono capace di ricevere. Essere al tempo presente. La gente è molto più carina con me ora. Posso svegliarmi al mattino, legarmi i capelli in una coda di cavallo. Un torto è stato riparato: sono a posto con Dio.
È come quando cerchi di dormire e c’è l’allarme di una macchina che strilla: quando ho avuto la mia Vagina è stato come se qualcuno l’avesse spento. Adesso vivo nella zona femminile. Ma sapete cosa cosa pensa la gente degli immigrati…non piace quando vieni da un altro posto, non piace che ti mischi.
Hanno ucciso il mio ragazzo, l’hanno picchiato selvaggiamente nel sonno con una mazza da baseball. Gli hanno cavato questa ragazza dalla testa. Non volevano che frequentasse una straniera anche se era carina, e ascoltava ed era gentile. Non volevano che si innamorasse dell’ambiguità. Erano così terrorizzati dall’amore…
Eve Ensler
“I Monologhi della Vagina”





