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Archivio Mensile: luglio 2011

Gaga NUDA!


SENZA PAROLE.

 

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Fortuna è sera ormai

[seconda parte] 

Ho già detto come la penso sui perbenismi e i paraculi in generale? Mi pare di si. Anche se nel giro di un paio di giorni ho dovuto rimandare la pubblicazione di questa seconda parte (preso com’ero dall’evolversi della faccenda Lucido Sottile) questo post è rimasto nella mia mente e anche un po’ nel cuore.

Gli altri…un pubblico ingessato, un pubblico che ci avrei gettato volentieri una bomba in platea, ma non per tutti, solo per la gran parte di persone che si sono sedute lì per provare una finta pietà e versare finte lacrime verso chi faceva lo spettacolo ed era, alla fine dei conti, più sano di loro.

Dovevi vederli: dopobarba dozzinali e profumi da battona, tante belle parole ma sguardi schifati verso i ragazzi della scuola di teatro “Il Mestiere dell’Attore” che interpretavano il ruolo di pazienti psichiatrici prima, durante e dopo lo spettacolo, mettendo in scena ciò che non potevamo far fare a chi è davvero ospite dei centri. E così i signori e le signore che sono arrivati a teatro per mostrare al mondo il loro grande cuore, si sono ritrovati subito immersi in quella realtà che avrebbero preferito vedere solo sul palco e poi basta, invece no. Sono stati scortati fino alle auto dopo lo spettacolo. E una signora ha detto “ma questi li lasciano liberi così?!”. Come fossero bestie.

Non potevamo raccontare tutto, ma ci abbiamo tentato. Più che potevamo abbiamo cercato di non strumentalizzare la patologia dell’attore, abbiamo cercato di proteggerlo da chi doveva a sua volta proteggerlo, ma che s’è perso per strada, forse accecato dalle luci di scena. Perché non può bastare un segno della malattia a fare di un ragazzo un malato da esibire, non possono due occhi a mandorla far sì che un down sia down e basta, non puoi dire che fai teatro integrato e poi non integrare niente.

Ci abbiamo tentato, ci siamo riusciti. Ora si volta pagina.

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2011 in politica&società, teatro

 

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Amen

Capita sempre agli altri e non sappiamo cosa si prova. Come la morte di qualcuno che conosce qualcuno che conosciamo noi. Come la malattia di un altro. La disavventura che capita mai a noi. Invece se si fa un lavoro come il mio e si sta a contatto con tanta gente, col pubblico, con i politici, gli amministratori e chi più ne ha più ne metta, di cose ne vedi, disavventure capitano, cazzate le fai, puttanate ne ricevi. Amen.

Oggi si parla di censura. Me ne sono occupato abbastanza quando è toccato a me (sempre a febbraio, è il mio mese “fortunato”, da due anni a questa parte): nel 2010 con la faccendaccia della radio che mi cacciò perché parlai di teatro “pop camp” e mi additarono come omofobo accusandomi di pornografia radiofonica (poi mi dicono che hanno chiuso e hanno continuato a fare i loro festini a base di alcool e petting); poi è accaduto con I MONOLOGHI DELLA VAGINA passato vergognosamente sotto silenzio nei mass media locali (nonostante i numeri da record e nonostante Cagliari non parlasse d’altro).

Oggi l’indice della CENSURA tocca a Lucido Sottile e al loro spettacolo: HOLY PEEP SHOW, che satireggia sulla società e sulla chiesa dei giorni d’oggi, accostando il cammino della Fede a “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi.  Sì, ne ho già parlato qui, ma c’è dell’altro, c’è bisogno di parlarne un po’ più a freddo alla luce delle novità che lo riguardano. Sì, perché se una manica di benpensanti s’è stretta il cilicio provando piacere nel vedere le tette della Troja e della Sale Musio e ha gridato allo scandalo, ora sono i politicanti e gli amministratori che fanno il segno della croce sullo spettacolo teatrale che avrei dovuto fare (e farò, cazzo se lo farò) con la compagnia Lucido Sottile.

L’ottantaquattrenne Felice Contu presenta addirittura un’interrogazione all’assessore alla cultura della Regione Milia. Ottantaquattrenne…Classe 1927…Eppure dovrebbe averne viste e capite, lui che ha un cv di tutto rispetto in campo politico e che di bocconi amari ne avrà inghiottiti e fatti inghiottire in tanti anni di carriera politica nella Democrazia Cristiana. Non gli dirò mai di ritirarsi in pensione, la saggezza dell’anziano sarebbe preziosa, soprattutto in politica. Ad avercela.

Il Rettore Melis dichiara che l’Orto Botanico è inagibile per manifestazioni di carattere pubblico. Cioè, fatemi capire: avete aperto le porte dell’Orto Botanico di Cagliari per fare allestire “Fedra” di Ilaria Paganelli a Giugno, esattaemnte un mese fa, e ora pensate davvero che ci beviamo la storia dell’inagibilità? La Paganelli ha fatto tutto esaurito (200 posti circa) per sei sere (e fanno 1200 persone) e volete che la gente creda che la location è inagibile?  E’ un cazzo di giardino, è pubblico, è fatto per camminarci perbacco! Le bugie poi, han le gambe corte e il naso lungo, come Pinocchio insegna.

C’è una piccola cosa che certa gente non capisce. La storia insegna che non è mai esistito e mai esisterà il censore perfetto, quello che riuscirà a zittire completamente o a uccidere la libertà d’espressione. Ci hanno tentanto in tanti e non c’è riuscito nessuno. Nel mio piccolo, quel febbraio in radio la puntata registrò una cinquantina di contatti, dopo la censura la divulgai in streaming e la scaricarono un migliaio di paio d’orecchie. I Monologhi della Vagina ha visto il tutto esaurito e ha fatto inondare la casella email di FERAI TEATRO di richieste di replica. Quindi vi dico io come andrà:

  1. l’Holy Peep Show avrà un successo tale che il poco onorevole Contu e il poco retto rettore Melis si mangeranno i gomiti per non essere stati scelti nei ruoli di Geppetto e Lucignolo;
  2. Cagliari impazzirà per lo spettacolo perché chi non ne sapeva nulla o non era interessato, ora vorrà vedere coi propri occhi lo spettacolo più censurato del 2011;
  3. Noi per aver messo in scena l’HOLY PEEP SHOW andremo tutti all’inferno un giorno, ma almeno qui sulla terra ci saremo divertiti un sacco, senza ipocrisie e soprattutto a testa alta.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2011 in politica&società, teatro

 

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Non più stagioni, non più primavera e poi fortuna che c’è un’ora in cui è sera

E’ come un muro, un muro molto spesso, robusto, che però non si vede. E’ fatto di ignoranza e di odore. E’ ciò che mi ha diviso, fino a due anni fa, dai centri di cura e accoglienza per malati psichiatrici e con handicap fisici gravi.

L’ignoranza è intesa come non conoscenza, con tutte le associazioni che si porta dietro la faccenda: paura, pregiudizio, timore, pudore, malinteso, ansia, imbarazzo, errore di valutazione. Ciò che non si conosce e non si vuole conoscere è dimenticato, o meglio, ciò che non si conosce e non si vuole conoscere è considerato nel dimenticatoio, catalogato come inesistente.

L’odore è simile a quello che io chiamo “odore del centro commerciale”: quel mix stomachevole nella corsia tra abbigliamento&giocattoli e generi alimentari, quel punto di incontro tra la plastica delle Barbie e l’acrilico delle mutande e il pesce fresco, la carne, la mortadella e la frutta&verdura. Laddove cipolla e ciabatta si incontrano, ci aggiungi l’odore della disperazione (merda, piscio, tabacco, vomito) e ottieni l’odore del centro di cura.

Lo sfondi come un muro spesso, robusto e invisibile, fatto di spessa gelatina e una volta dentro è terribilmente facile capire che non è così distante da te. Per me è stato così. Due anni fa. Sono entrato nei centri di cura per fare un’esperienza di lavoro volontario, un laboratorio di teatro nel quale avrei imparato tanto da loro, dai pazienti, e invece ho avuto anche la fortuna di poter dare, non solo ricevere. Non era scontato, perché sono persone che stanno male, malissimo, davvero.

Si parla di gente con disturbi della personalità, Alzheimer, follia da film, gente con cinque personalità tutte insieme, spastici, qualcuno è imprigionato su una carrozzina e muove solo occhi e dita delle mani, qualcun altro non sa neanche di esistere, altri ancora hanno una forza sovraumana che sfoderano a ogni piè sospinto. Gli ultimi degli ultimi, quelli che a guardarli in faccia ti accorgi che non sono presenti.

Forse ho avuto fortuna perché ho fin da subito utilizzato un linguaggio non quotidiano, il linguaggio del teatro corporeo, le musiche sublimi, ma credo soprattutto sia stata la mia spudorata sincerità, l’onestà, la schiettezza che ci ho voluto mettere. Li ho guardati negli occhi prima di tutto, li ho trattati da esseri umani come non venivano trattati da parecchio evidentemente. Li ho rassicurati nel lavoro, rimproverati duramente quando si comportavano male, ringraziati per ogni gesto, lasciati a loro stessi quando facevano i capricci, ho scherzato coi miei coetanei ricoverati al centro come se scherzassi coi coetanei qualunque.  Mi hanno dato tanto e spero di aver dato tanto io a loro.

Abbiamo fatto insieme un percorso di laboratorio teatrale e due spettacoli in un grande teatro cagliaritano. E vedermeli lì mi ha dato l’impressione di vederli per la prima volta coscienti di chi sono, dove sono e cosa stanno facendo. Erano sempre precisi al millimetro con le azioni e gli spostamenti scenici, erano determinati a stare su quel palco come me, erano bellissimi. E sono stati bravi come pochi tra noi attori professionisti normodotati.

L’unico neo di questa esperienza? Gli altri.

[FINE PRIMA PARTE]
 
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Pubblicato da su 6 luglio 2011 in non classificato

 

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Quant’è vicino il Medioevo – pensieri buttati in preda all’ispirazione del momento

Guardate bene questa immagine. Cos’è? Riflettete…siete sicuri di ciò che credete di vedere? Qua sopra, l’immagine rappresenta:

  1. Pinocchio, la Fata Turchina e il grillo (non parlante ma schifosamente vero);
  2. Gesù col naso da pinocchio, la Madonna mascherata da fata e un inspiegabile insetto sul braccio;
  3. Due donne nude, una con barba e naso di legno, una parruccata;
  4. un orribile verde con irraggiamento;
  5. le LucidoSottile in posa per una locandina teatrale.

Le ipotesi sono infinite. Una cosa è certa: se la religione è personale e intima, anche la blasfemia è un concetto per forza di cose personale e soggettivo. Non vige una regola scritta o non scritta secondo cui il primo bigotto che arriva stabilisce il livello di tolleranza per tutti. Le cose hanno l’importanza che noi diamo loro, per cui alla fin fine, che la locandina che LucidoSottile ha ideato per presentare lo spettacolo Holy Peep Show sia stata un “caso”, lo si deve al fatto che una manica di benpensanti venuti dritti dritti dal Medioevo si stia battendo con le unghie, coi denti e soporattutto con la tastiera del pc per far si che questo spettacolo non s’abbia da fare. Come quella volta in radio, quando io e le due LucidoSottile descrivevamo il pop-camp come il teatro-frocio e fummo accusati dagli ipocriti dirigenti di omofobia (e accusare tre dichiarati bisessuali fa ridere, no?) e discriminazione sessuale. Fui cacciato dalla radio alla seconda puntata, poi la radio è morta, io, le LucidoSottile e il teatro-frocio no, anzi…

Lo so, molti diranno che spendo parole buone perché io con LucidoSottile lavoro spesso e volentieri, perché questo spettacolo lo farò anche io. Ma chi mi conosce lo sa (e basta leggere i precedenti post di questo blog) che odio i benpensanti e le loro ipocrisie da quattro soldi, difendo la libertà d’espressione e credo fermamente che, come diceva De Andrè “si sa che la gente da buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente da buoni consigli se non può dare cattivo esempio”.

Non capisco e non capirò mai com’è che ci si sente offesi nella religiosità. Se ho un credo radicato davvero, nessuno potrà mai intaccarmelo, se ho un credo radicato in una delle religioni conosciute, non posso e non devo vietare a qualcuno di dire che non è d’accordo con me. Ma sopra ogni cosa, logica e fede, se non conosco uno spettacolo teatrale non posso esprimermi in merito solo dopo aver visto una locandina. E la cosa curiosa è che le uniche persone che col sottoscritto non hanno avuto niente da dire riguardo questa foto, sono le persone che conosco di fede cristiana cattolica praticanti, osservanti e intelligenti.

Un’immagine, una parola, uno spettacolo teatrale possono significare tutto e niente, poi ci sono le persone che inequivocabilmente esprimono il loro valore a senso unico, senza bisogno di troppe interpretazioni.

 

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La lettera

Qualcuno ha detto “Nello scrigno dei ricordi il tempo ne deteriora le immagini ma non l’essenza”. Qualcun altro ha detto “Le cose che ami di più al mondo non ti verranno mai strappate via”. Io ci credo, ora ne ho la prova. So che né la morte né la malattia possono portare via i sentimenti. L’amore prescinde dal fatto che la persona per la quale lo si prova sia morta, o ammalata.
Ogni mattina mi sveglio e penso a mia madre. Ogni notte vado a dormire pensando a lei. Ogni istante della mia vita, giorno dopo giorno dopo giorno è dedicato a lei. A te mamma…
Tu, ti ricordi di me?
Io mi ricordo delle lunghe passeggiate in campagna che facevamo quando ero piccola e di tutte le cose che mi raccontavi mentre camminavamo tra alberi e fiori sotto il cielo. Mi ricordo di come ti preparavi, la mattina, prima di uscire di casa, mi ricordo la perfezione che pretendevi alla tua cura. Mi ricordo di com’eri bella, bellissima, così affettuosa, così estroversa… come sei adesso, ma forse in maniera diversa.
Io mi ricordo anche che il mio papà, tuo marito, se n’è andato per sempre quando io ero piccola e morendo lui, se n’è andato tutto. Non c’era più niente da perdere. Invece dopo un anno hai scoperto che c’era altro dolore da provare, che esiste un dolore più grande della perdita di un compagno di vita: esiste la perdita di un figlio. Un anno dopo papà, anche mio fratello è andato via per sempre. I tuoi uomini ti hanno lasciata, tradita, abbandonata.
Mamma, ricordare le cose è fissarle nella memoria e pazienza se qualcosa fa male, pazienza se ricordare le cose brutte le rende sempre presenti. Insieme alle cose brutte ci sono anche le cose belle, ci sono le passeggiate tra alberi e fiori, ci sono la tua bellezza, il tuo amore incondizionato per le persone, ci sono papà e anche tuo figlio, strappati via troppo presto a noi, alla vita.
Io mi ricordo che sono stati anni difficilissimi poi, che ti sei sempre più chiusa in te stessa, sempre più impermeabile, sempre più sola tra la gente, sempre più triste nella gioia della vita. E poi sei esplosa. Esplosa come una bomba che non fa rumore, come un acquario che non sparge acqua, sei esplosa come una primavera senza fiori.
E’ stato poco prima di Natale, forse mancava una settimana, forse quel Natale non è mai arrivato. Sei esplosa iniziando a dimenticare le banalità della vita, hai come sottratto  e sottratto sempre di più. Quel dicembre hai cominciato a chiedermi di tua madre che era morta da tempo. C’era qualcosa che non andava in te. La nostra vita si è trasformata, adesso mi sento io la tua mamma.
Ma mi chiedo: ora sei felice? Adesso che sei esplosa senza fare chiasso, che hai seppellito tutto dentro di te, o fuori da te: sei felice? Sei felice come non lo sei mai stata? Sei più serena rispetto all’inferno solitario che hai vissuto dopo che i tuoi due uomini ti hanno lasciata, ci hanno lasciate? Adesso che sei quì o altrove, ti devo dire una cosa, una cosa di cui non mi vergogno, una cosa che dico da figlia: anche se per te, ovviamente, avrei voluto una vita diversa, anche se poteva andare meglio, sono felice che tu non sia più depressa.
Ogni mattina facciamo colazione insieme, ci prepariamo, belle, bellissime, per uscire di casa. Vuoi sempre uscire mamma…vuoi compensare il troppo tempo passato da sola a casa? E usciamo, veniamo al Centro di Vallermosa. La prima volta che ti ci ho portata mi hai guardato strana e mi hai rivelato che qui “sono tutti malati”. Io lo so che tu non sei ammalata mamma, ma in questo posto possono aiutarti come io non potrei fare, qui puoi renderti utile come fai sempre: puoi aiutare chi sta male, portare in giro le persone sulla carrozzina, aiutare le ragazze e i ragazzi ad apparecchiare e sparecchiare la tavola, rifare i loro letti. Fare un po’ la mamma che con me non riesci più a fare.
L’unica cosa che da mamma ti è rimasta è la tua grande preoccupazione per me. Non mi vuoi lasciare sola, sai cosa significa la solitudine e non la auguri a nessuno, tanto meno a tua figlia. Dove sei? Con chi sei? Quando torni? Mi chiedi sempre queste cose. Forse vuoi sempre uscire con me perché vuoi essere sicura che io stia bene? E quanto ti piacciono il mio compagno e i miei amici. E lo sai mamma che anche tu piaci a loro? Come potresti non piacergli…sei così bella, sei così piena di vita…
Mamma, lo sai che io a volte non ce la faccio? Lo sai che io a volte non riesco più ad andare avanti? Lo sai che non ci immaginavo così a questa età? Lo sai che mi sarebbe piaciuto che tu ti fossi risposata o che comunque un altro uomo ti avesse aiutata a portare il peso della vita e dei dolori? Mamma, lo sai che certe volte avrei voluto un destino diverso per noi? Lo sai che non ti cambierei con niente e nessuno al mondo, ma a volte non ce la faccio, scoppio ed esplodo anche io, però con le lacrime, con i “perché è successo a me?”. Mamma, poi tu ti avvicini, mi chiami “Amore mio” e mi accarezzi. “Amore mio” e mi baci. “Amore mio” e mi fai passare le lacrime. “Amore mio” e mi dai la forza…
Mi hanno chiesto cosa vorrei dirti se per un istante tu fossi qui con me, presente alla vita come lo sono io. Io ti direi che sei la mamma più bella del mondo e io non ti lascerò mai sola.

di Andrea Ibba Monni per “Fortuna è sera – il tempo qui non muore mai”, Cagliari, 2 luglio 2011

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2011 in amore&affetti vari, teatro

 

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