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Il Laboratorio sulla Vagina

25 feb

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La mia Vagina è una conchiglia, una tenera conchiglia rosa rotonda, che si apre e si chiude. La mia Vagina è un fiore, un tulipano eccentrico, dal centro acuto e profondo, il profumo tenue, i petali delicati ma robusti.

Questo non lo sapevo prima. L’ho imparato al laboratorio sulla Vagina. L’ho imparato da una donna che dirige il laboratorio sulla Vagina, una donna che crede nelle vagine, che vede veramente le vagine, che aiuta le donne a vedere la propria Vagina vedendo le vagine altrui.

Nella prima seduta la donna che dirige il laboratorio sulla Vagina ci ha chiesto di fare un disegno della nostra “unica, bellissima, favolosa Vagina”. E così che l’ha definita. Voleva sapere che cosa ci ricordava la nostra unica, bellissima, favolosa Vagina. Una donna incinta tracciò una grande bocca rossa urlante da cui usciva un fiotto di monete. Io ho disegnato un enorme palla nera con attorno ghirigori svolazzanti. La palla nera equivaleva a un buco nero nello spazio. Le linee svolazzanti erano persone o cose o semplicemente atomi che si erano smarriti laggiù. Avevo sempre pensato alla mia Vagina come a un vuoto anatomico che risucchia dall’ambiente circostante particelle e oggetti a caso, come un’entità indipendente, che roteava come una stella nella sua galassia, e che avrebbe finito per esaurire la propria energia gassosa oppure esplodere e dividersi in migliaia di altre vagine più piccole, ognuna roteante nella sua galassia. Non pensavo alla mia Vagina in termini pratici o biologici. Non la vedevo, per esempio, come una parte del mio corpo, qualcosa che ho tra le gambe, attaccata a me.

Al laboratorio ci è stato chiesto di guardare la nostra Vagina con uno specchietto in mano. Poi, dopo un attento esame, dovevamo raccontare al gruppo quello che avevamo visto. Devo confessare che fino a quel momento tutto ciò che sapevo sulla mia Vagina era basato sul sentito dire o sull’invenzione. Non l’avevo mai vista veramente. Non mi era mai venuto in mente di guardarla. La mia Vagina esisteva su un piano astratto. Sembrava così riduttivo e goffo guardarla, distese sui lucidi tappetini azzurri, con i nostri specchietti in mano. Mi ha fatto pensare ai primi astronomi coi loro telescopi primitivi.

Sulle prime l’ho trovata piuttosto inquietante, la mia Vagina. Come la prima volta che vedi un pesce sventrato e scopri quell’altro mondo complesso e sanguinolento all’interno, proprio sotto la pelle. Era così cruda, così rossa, così fresca. E quello che mi sorprendeva di più era la quantità di strati. Strati dentro strati, che si aprono su altri strati. La mia Vagina era come un evento mistico che continua a dispiegare un altro aspetto di sé, il che è in realtà un evento in sé, ma lo capisci solo dopo. La mia Vagina mi ha lasciato stupefatta. Avevo aperto gli occhi su ciò che la coordinatrice del laboratorio chiamava “stupore Vaginale”. Volevo solo starmene lì distesa sul mio tappetino, con le gambe aperte, a esaminare la mia Vagina per sempre. Era antica e piena di grazia. Aveva l’innocenza e la freschezza di un vero giardino all’inglese. Era buffa, molto buffa. Mi ha fatto ridere. Poteva giocare a nascondino, aprirsi e chiudersi. Era una bocca. Era il mattino. E poi, per un istante, mi è venuto in mente che era me, la mia Vagina: era chi ero io. Non era un’entità a sé. Era dentro di me.

Poi la coordinatrice del laboratorio ha chiesto quante avevano avuto degli orgasmi. Due hanno alzato la mano titubanti. Io non ho alzato la mano, ma di orgasmi ne avevo avuti. Non ho alzato la mano. perché erano orgasmi accidentali. Succedevano. Succedevano nei sogni, e mi svegliavo raggiante. Succedevano spessissimo in acqua, soprattutto nel bagno. Succedevano a cavallo, in bicicletta, in palestra. Non ho alzato la mano perché anche se avevo avuto parecchi orgasmi, non sapevo come provocarli. Non avevo mai cercato di provocarne uno. Pensavo che fosse una faccenda mistica, magica. Non volevo interferire. Mi sembrava sbagliato immischiarmi, una forzatura, una forma di manipolazione. Faceva molto Hollywood. Orgasmi a comando. La sorpresa se ne sarebbe andata, e così il mistero. Il problema, naturalmente, era che la sorpresa se n’era andata da due anni. Non avevo un casuale, magico orgasmo da molto tempo, e fremevo dalla voglia di provarlo. Ecco perché ero al laboratorio.

E poi è arrivato il momento che temevo e insieme, segretamente, anelavo. La coordinatrice del laboratorio ci ha chiesto di tirar fuori di nuovo i nostri specchietti e di vedere se riuscivamo a localizzare la nostra clitoride. Eravamo lì, tutto il gruppo di donne, sdraiate sulla schiena, sui nostri materassini, a trovare il nostro punto, il nostro luogo, la nostra ragione, e io non so perché, ma ho cominciato a piangere. Forse era puro e semplice imbarazzo. Forse era la convinzione di aver rinunciato alla fantasia, l’enorme illusione, divoratrice di vita, che qualcuno o qualcosa avrebbe fatto questo per me l’idea che qualcuno sarebbe arrivato a dirigere la mia vita, a sceglierne la direzione, a regalarmi orgasmi. Ero abituata a vivere in sordina, in modo magico, superstizioso. Quella ricerca della clitoride, quel pazzesco laboratorio sui tappetini blu, stava rendendo tutta la faccenda reale, troppo reale. Sentivo arrivare il panico. Il terrore e la contemporanea presa di coscienza… Avevo evitato di trovare la clitoride, e mi ero rifugiata nella razionalizzazione che era solo una moda, una forma di consumismo perché, in realtà, ero terrorizzata dalla possibilità di non avere la clitoride, di essere una di quelle donne costituzionalmente incapaci, una di quelle frigide, morte, chiuse definitivamente, secche, che sanno di albicocca, amare oh, mio Dio. Ero sdraiata lì col mio specchietto che cercavo il punto, che allungavo le dita, e tutto ciò che riuscivo a pensare era a quella volta che avevo dieci anni e avevo perso il mio anello d’oro con gli smeraldi in un lago. Mi ero tuffata e rituffata continuamente tastando sassi e pesci e tappi di bottiglia e roba viscida, ma mai il mio anello. Il panico che ho provato. Sapevo che sarei stata punita. Non avrei dovuto portarlo in acqua.

La coordinatrice del laboratorio ha notato che mi agitavo come una pazza, sudavo e respiravo pesantemente. Mi si è avvicinata. Io le ho detto: «Ho perso la clitoride. È sparita. Non avrei dovuto portarla mentre nuotavo». La donna si è messa a ridere e mi ha accarezzato con calma la fronte. Mi ha detto che la clitoride non era qualcosa che potevo perdere. Era me, l’essenza di me. Era sia il campanello della porta di casa sia la casa stessa. Non dovevo trovarla. Dovevo essere. Essere la clitoride. Essere la mia Vagina. Mi sono sdraiata e ho chiuso gli occhi. Ho messo giù lo specchio. Mi sono guardata galleggiare al di sopra di me stessa. Mi osservavo avvicinarmi lentamente al mio io e a rientrarvi. Mi sentivo come un astronauta che rientra nell’atmosfera terrestre. E stato molto calmo il rientro: calmo e dolce. Rimbalzavo e atterravo. Atterravo e rimbalzavo. Entravo nei miei muscoli, nel cuore e nelle cellule e poi, ecco, scivolavo dentro la Vagina. Improvvisamente era tutto così facile e io ci stavo comoda. Ero calda, pulsante, pronta, giovane e viva. E poi, senza guardare, con gli occhi ancora chiusi, ho messo il dito su ciò che tutt’a un tratto era diventato me. Ho sentito un piccolo tremito dapprima, che mi ha convinto a restare. Poi il tremito è diventato un terremoto, un’eruzione, con gli strati che si dividevano e si suddividevano. Il terremoto si disperdeva in un antico orizzonte di luce e silenzio, che si apriva su una piana di musica e colori e innocenza e nostalgia, e io mi sentivo collegata, unita mentre mi dimenavo sul mio tappetino blu.

La mia Vagina è una conchiglia, un tulipano e un destino. Arrivo mentre incomincio già a partire. La mia Vagina, la mia Vagina, io.

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2011 in non classificato

 

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