Si, parlo con te Faccia-da-libro…
…tu che usi facebook anche quando dovresti pensare ai cazzi tuoi (e ne avresti di cose a cui pensare piuttosto che cercare di farti gli affari altrui) fatti una vita o risolvi i problemi, innumerevoli, che contraddistinguono le tue giornate.
…tu che ti ostini a scrivere messaggi minatori o minacce rivolte a qualcuno che chiami “vigliacco”: perché non gli/le fai vedere quanto sei impavido e piuttosto che imbrattare la mia home page di parolacce, insulti e di tutti questi deliri, non prendi il telefono e gliene dici quattro a questa persona?
…tu ragazzino, che nelle info personali hai osato cliccare “donne” alla voce “mi piacciono”, smettila di posare e postare foto frocissime nelle quali ti differenzi dalle Pussycat Dolls solo per quella leggera peluria ce hai sul viso e che tenti di nascondere col fondotinta o con photoshop: tanto si capisce da che parte della sponda stai, almeno non insultare l’intelligenza dei parenti che secondo te si preoccupano di chi ti porti a letto.
…tu che fai parte della coppia più bella del mondo, che più di te e della persona che sta con te non c’è nessuno, che tu l’ami alla follia e sei corrisposto, che siete due zuccherose metà di una dolcissima mela, che il destino vi ha fatto incontrare e nulla e nessuno potrà mai separarvi, che scrivete nelle reciproche bacheche ti-amo-da-morire e sei-la-cosa-più-bell-che-ho, perché non passate più tempo a fare l’amore invece che online divisi da uno schermo? Davvero: avete rotto il cazzo.
…tu che hai dodici anni e metti delle foto da trentenne vissuto: ragazzina, non devi essere per forza una puttanella; ragazzino, non hai ancora i peli, eviterei le foto mezzo nudo. Darei tante di quelle botte ai tuoi genitori che non ne hai idea. Poi si lamentano di come sei o di come diventerai. Coglioni.
Hai letto la versione impersonale di “Faccia-da-libro”, dico a te cui seguirà una versione egoriferita
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A rischio di sembrare sempre quello che cade dal pero, ossia l’albero delle pere, scrivo tutto ciò senza badare troppo al fatto che a 27 anni compiuti ci sono ancora cose che mi fanno restar male. Basito oppure attonito. O entrambi. Con la vita che ho fatto e le cose che ho vissuto (discorso volto al passato ma che si estende fino al presente), non dovrebbe più stupirmi nulla, dovrei avere le spalle larghe e tutto dovrebbe scivolare.
È che scontrarsi con la stupidità e la mediocrità della gente, tastare con mano la falsità delle persone, la cattiveria e l’invidia che non guarda in faccia né i sentimenti né la privacy è sconcertante per me, cresciuto (non senza disdicevoli difetti) nell’onestà e nella schiettezza dell’esempio dei miei familiari. La stessa schiettezza che mi porta a dire ciò che penso sempre. Prima lo facevo sempre e comunque, poi ho imparato che alla gente non interessa il mio parere, sopratutto se negativo. Ora mi esprimo solo su richiesta, ma la sostanza non cambia: pare sia meglio una bella bugia che una schietta verità.
Mi fa schifo. Posso dirlo a costo di sembrare Alice in Wonderland? Posso dirlo a costo di essere considerato un ventisettenne cascato dal pero? Si, fanculo le pubbliche relazioni, fanculo la maschera di facciata, fanculo il perbenismo che è falsità, fanculo l’omissione.
Pane al pane e vino al vino.
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Ogni volta che apro quella cassapanca di legno vecchio e consunto e sfoglio i diari che mi hanno accompagnato dal 1996 al 2003, si apre un vortice spaventosamente affascinante su ciò che è stata la mia esistenza negli anni in cui la penna e i fogli erano la mia unica compagnia, la mia valvola di sfogo. Non sarei ciò che sono senza aver sofferto così tanto in quegli anni. E se non avessi messo nero su bianco, fino ad avere un perenne callo all’indice destro, non potrei forse ricordare.
Il difetto più evidente dell’avvento di internet nella mia vita è che scrivo censurandomi, perché ciò che scrivo è pubblico. Ma è rimettendo a posto quella cassapanca di legno vecchio e consunto e sfogliando quei diari che ho ritrovato un tema fatto a scuola (cercavo proprio quello) intitolato “Lettera a un bambino mai nato”. Sono passati quasi dodici anni, era il 13 maggio 1999, Oriana Fallaci sarebbe entrata nella mia vita solo sei anni più tardi.
Eccolo. integrale, tenero: avevo 16 anni appena fatti.
-”Non riesco a immaginare cosa voglia dire vivere: è bello? È forse brutto? Cosa dovrò fare e come mi dovrò comportare?”-
-”Nessuno può dirti come vivere, perché dovrà essere solo una tua decisione e crescerai secondo le tue idee. Il mondo è un insieme di cose belle e di cose brutte e deciderai tu, gradualmente, se e quando fartelo piacere. Ciò che ti consiglio di fare sempre e comunque, è di arrivare lontano e di diventare qualcuno. Non piangerti addosso, non cercare scuse inutili perché se ti succede qualcosa di brutto vuol dire che doveva accadere e tu non puoi fare altro che incassare il colpo e crescer interiormente. Diventerai grande asciando “feriti” al tuo passaggio, ma attento perché tu stesso verrai umiliato e ferito. E comunque dovrai andare avanti. Il tuo più grande amico e il tuo più grande nemico sarà la società. Ricordati che potrai essere come ti vuole oppure no e allora sarai discriminato, deriso e atterrito. Ma camminando a testa alta ti farai scudo, lo scudo migliore che ci possa essere: l’indifferenza. Non giudicare mai nessuno per ciò che vedi dall’esterno, ma scopri cosa c’è dentro ogni persona e rendila positiva. Diventa una persona speciale e cambia il mondo cominciando a fare le cose in piccolo.”-
-”Cosa vuol dire “cambiare il mondo”?-
-”Vuol dire rompere gli schemi, togliere fuori le palle e renderlo migliore. Stai attento perché è un uragano e ti risucchierà facendoti crescere troppo in fretta. Arriverà il momento in cui non sarai più un bambino e le cose le vedrai in modo diverso. È inevitabile. Penserai a cose bellissime e orribili in un vortice di angosce, crisi, deliri, e gioie, risate, positività. Non preoccuparti mai di ciò che accade, non perdere troppo tempo ad analizzare ogni piccolezza e goditi lo spettacolo fino in fondo!-
-”E quando sarò adulto cosa farò?”-
-”Lascia un regalo alla terra: fai dei figli e rimarrai vivo in eterno.”-
-”Perché, non vivrò per sempre?”-
-”No, morirai lasciandoti alle spalle una vita vissuta bene o male per cui cerca di avere più rimorsi che rimpianti. Libererai la tua anima dal corpo che morirà in modo sereno o sofferto. È solo qualcosa di fisico, piccolezze, ma ciò che è importante è avere portato a termine tutti i tuoi progetti.”-
-”Se non dovessi riuscirci?”-
-”Non devi aver paura, considera la vita come uno spettacolo in cui tu sei il protagonista: l’attore più veritiero e lo spettatore più critico. E dovrà per forza essere così.”-
-”Quindi nasco, divento adulto e muoio?”-
-”In molti dicono che le fasi della vita sono solo queste tre, ma ogni giorno sarà diverso per te, perché ogni giorno crescerai dentro e fuori delineando ogni piccola sfumatura. Metti tutto ciò che hai e sii te stesso nella vita di ogni giorno.”-
E quante lettere scrivevo a me stesso e agli altri. Chissà se quelle corrispondenz fossero arrivate a destinazione come sarebbe la mia vita!
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Di Domenica 5 e della sua conduttrice Barbara D’Urso, dell’uso televisivo e dell’abuso mediatico di un’immane tragedia come quella di Sara Scazzi, del cannibalismo e dell’osceno circo montato su un caso drammatico e infame come quello di cui questi giorni di cui ci si ciba e ci si allieta nella noia del weekend, delle figlie de “lo zio” che in tv fanno merce banalizzata dei sentimenti prestandosi al gioco di chi sbatte il mostro in prima pagina….
si può dire solo tutto il male possibile
Non ho resistito più di cinque minuti davanti allo schermo. Non riesco più a guardare la tv se non per telefilm e film. Indignato, schifato, annoiato e scandalizzato dalla vera pornografia dilagante che vede una politica allo sbando e una società incattivita, abituata e mai sazia della spazzatura. Abbiamo ciò che meritiamo. Siamo un cane che si mangia la coda.
Basito, per ora mi fermo qui.
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(ATTENZIONE: le parti in giallo indicano sarcasmo a valanga)
Domani esce in edicola il mio amatissimo settimanale, Vanity Fair, bibbia assoluta firmata da grandissimi giornalisti come Mentana, Bignardi, Lerner, Broccardo, Romagnoli, Jacobbi, Bombino e compagnia bella. Domani il numero in edicola sarà questo:

Ebbene sì, in QUESTO ARTICOLO Tiziano Ferro rivela di essere omosessuale o bisessuale. O comunque di avere avuto una sessualità contrastata. Una bella novità! Perché nessuno aveva mai osato immaginare che fosse gay e che fosse attratto dai bears (che sono un cliché omosessuale di omaccioni grossi e pelosi) e che quando si comportò come il peggiore degli uomini medi toccando la tetta a quella grande attrice di Manuela Arcuri (qui il video) fosse per smentire le voci sempre più insistenti sul fatto che gli piacessero i piselli piuttosto che le patate (oggi sono bucolico). Che stranezza poi pensare al fatto che uno che dedica una canzone e un video a Raffaella Carrà faccia coming out. Che queste rivelazioni accadano proprio alla vigilia dell’uscita del suo libro autobiografico (15 anni di diari personali) è sicuramente un caso, non lo si può di certo considerare un fatto promozionale.
Tralasciando tutte queste cazzate, che un personaggio famoso dovesse per forza dichiarare la propria omosessualità per me sembrava fino a poco tempo fa cosa buona, giusta e obbligatoria. Sì, perché pensavo che la notorietà fosse un privilegio da pagare aiutando il prossimo a sentirsi più “normale”. Lo penso ancora che più si parla di “diversità” meno quella diversità è considerata tale, ma non credo che qualcuno si debba sentire obbligato a raccontare i fatti suoi. Certo, bello sarebbe evitare certe ipocrisie, ma se non lo fa la gente che fa un lavoro ordinario, perché dovrebbe farlo chi incide dischi o fa cinema?
Ma ora verrà fuori che anche Marco Mengoni è gay?
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[..] Quel, qualcuno. Incontrato per caso, come s’incontrano tutti: e si sa che è impossibile stabilire perchè fra tutte le voci e i modi di ordinare un caffè e di baciare in cui ci imbattiamo, capita un uomo, capita una donna che ci raggiunge proprio lì, dove fa sempre freddo. Fatto sta che rimane. Perchè passa un giorno , ne passa un altro, e quella persona è continuamente lì. In un primo momento si limita a fare da comparsa ai nostri giorni: c’ è quando passeggiamo, ogni tanto c’è quando ci addormentiamo e c’è quando ci risvegliamo.
L’ogni tanto, soprattutto se non ce ne rendiamo conto, comincia a diventare sempre. È esattamente in quel momento che siamo noi a fare la differenza. Se non siamo fatti o non siamo pronti a intrecciare realmente la nostra essenza con quella dell’altro, possiamo finirla lì o continuare: ma il risultato non cambia. Noi saremo noi e l’altro sarà l’altro. Amato, magari amatissimo: ma altro.
Se invece siamo fatti e pronti per quella possibilità, terrificante come tutto quello che non conosciamo e come tutto quello che non conosciamo meravigliosa, ecco. Da lì in poi non ci sarà più spazio per un io che non abbia a che fare con il tu e per un tu che non abbia a che fare con il noi.
[..] Dev’essere vertiginoso, appartenere a una persona al punto di non potere più distinguere dove finisca lei e dove cominciamo noi.
Ripeto: è sempre stata la prima delle mie aspirazioni, in un mondo dove sempre più vedo gente come me, apparentemente smaniosa di contatto, ma in verità arrabattata nel timore e nella fatica di riuscire davvero ad affidarsi agli altri.
Perché, sì. Fa paura.
Perché, sì. Può succedere che quella persona senza cui non possiamo più dirci noi stessi, un giorno, fatalmente, ci abbandoni.
E allora a quel punto la vita sai che barba. sai che noia.
Fonte: Vanity Fair n. 39
CHE NOIA CHE BARBA SENZA TE
di Chiara Gamberale.
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Di già?
Uno non fa in tempo a scrollarsi i granelli di sabbia da piedi abbronzati e il calendario segna già venerdì 1 Ottobre 2010. E che cavolo, un attimo, no? Fa freddo poi, la temperatura s’è abbassata di quei fatidici cinque-sei gradi che ti fanno mettere il maglioncino la sera, la coperta sul letto, le infradito nell’armadio.
Ricominciano le attività prevalenti dell’anno, gli appuntamenti fissi, impreziositi quest’anno da attività collaterali sempre affini al mio campo di lavoro. Per iniziare, insieme ai laboratori di teatro e agli spettacoli che mi vedranno attore e/o regista, presenterò anche un concorso per stilisti per drag queen alla discoteca Go Fish di Cagliari (da giovedì 14 ottobre). Cinque serate all’insegna dell’allegria e della sana competizione.
Dal punto di vista privato non mi sbilancio, non mi esprimo. Meglio che sto zitto. Anche perché è pazzesco quanto le cose più intime e profonde possano essere trattate con banalità e cinismo: tanto più vivi qualcosa di delicato, tanto più la gente pare trattarlo come fosse un quotidiano gratuito, quelli che sulle metro delle grandi città vengono lasciati sui sedili e sfogliati senza pietà. A fine giornata, a furia di essere passati di mano in mano, attraverso dita leccate per sfogliare pagina, sono ridotti maluccio e buttati al macero. Ecco, eviterei. Nulla di personale, ma vedo che attorno a me il cinismo dilaga, quindi preferisco stare attento e far si che almeno io mi salvi da questa volgare usanza dell’ultim’ora.
Questa foto? No, non c’entra niente.
Ma mi piaceva.
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