Rileggere “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez dopo dodici anni dalla prima volta è stata un’emozione unica.
…Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
E ora mi son buttato su “Twilight” perché devo dimostrare (a me stesso) di non avere pregiudizi letterari.