ore 17.35 L’immagine è chiarissima nella mente: lo scooter che guido frena per fermarsi allo stop, arriva su un poster traslucido spinto dal vento in mezzo alla strada e scivola come su una buccia di banana. Il sottoscritto cade, la faccia verso una macchina parcheggiata, cercando nella mente il miglior modo di cadere. Ovviamente il tutto è successo in un nanosecondo, quindi, dal momento che di solito le mie elucubrazioni cominciano con “cazzo” oppure “ma porca…” non ho fatto in tempo a pensare ad altro se non salvare la faccia dalla portiera del mezzo parcheggiato e la testa dall’asfalto.
ore 17.36 Mi metto seduto reggendomi la spalla sinistra, battuta insieme al ginocchio destro nella caduta. Un genio del capitombolo può sbattere contemporaneamente due arti opposti. E mi incazzo tremendamente, comincio a sbraitare come un matto perché:
- La spalla è sicuramente lussata, so che per metterla apposto dovranno spostarmi l’articolazione a mano e mi fa un’impressione tremenda;
- Non riesco a muovere la gamba destra e il braccio sinistro, quindi addio spettacolo del giorno dopo (in cui ballo oltre a tutto il resto);
- Sono cosciente di esser caduto per colpa altrui.
ore 18 circa In ambulanza mi vogliono tagliare i jeans per controllare il ginocchio. Fermo restando che sono uno dei due jeans che indosso perfettamente dopo aver perso settanta taglie in due mesi, propongo di abbassarli semplicemente, benché sotto indossi un paio di mutande coloratissime, con disegni kitsch che neanche la tappezzeria di casa Malgioglio. Amen, non taglieranno mai i miei Denim!
ore 18.40 Arrivo in ospedale. Da qui si apre un varco spaziotemporale che mi catapulterà nella Cagliari del 1 Giugno 2010, ora locale 22.13. Ho appena chiamato mia sorella Angelica, chiedendole di venire DA SOLA in ospedale. Si, perché non voglio allarmare nessuno e perché non ha senso avere mia madre al pronto soccorso: sarebbe come avere un alcolista in enoteca, un diabetico in pasticceria, una prostituta in parlamento. Ed ecco che da li a poco arriva mia sorella. Con sua figlia, Giulia, di quasi 4mesi. E mio padre. E ovviamente mia madre. Con rassegnazione chiedo “Dov’è Laura?” ossia mia sorella maggiore. No, dico, visto che c’è tutta la famiglia, tanto vale fare il cambio di residenza.
Mia madre arriva verso di me e con cipiglio apprensivo mi chiede informazioni afferrandomi la spalla sinistra. Bada bene, non la destra che non s’è fatta nulla, ma proprio la sinistra che mi duole come se mi avessero staccato il braccio. Il problema di mia madre coi Pronto Soccorso è che quasi trent’anni fa si stava per laureare in medicina. Quasi trent’anni fa. Il che significa che frattanto han scoperto la penicillina, che hanno inventato l’anestesia e che le donne partoriscono sui letti. Ma lei si sente un medico rampante di ER, una Dott. House in gonnella.
I soggetti del Pronto Soccorso ci sono tutti:
- la signora ipocondriaca che è caduta sbattendo il gomito ed è convinta di aver rischiato la morte, ha visto una luce in fondo a un lungo tunnel mentre cadeva in lavanderia (forse era il neon del negozio);
- la parente della paziente ricoverata che urla parolacce credendosi in un telefilm statunitense;
- la vecchina caduta dalla scala accompagnata dai figli che chiedono a tutti di provare a indovinare l’età della madre. “Ottantadue?” Spara la nipote dell’ipocondriaca. “Ottantacinque!” Risponde il figlio della vecchina con l’aria di uno che pensa che sua madre sembri una ragazzina. “Incredibile!” Fa la tipa di prima, come se sapere che ha tre anni in più di quelli le aveva dato lei sia una notizia bomba.
Mi fanno le radiografie alla spalla, al ginocchio e alla mano, che nel frattempo mi dolgono sempre di più. Il radiologo mi prende e mi sposta, mi fa fare le lastre mettendo le tre articolazioni in mille modi diversi e io gli auguro mille modi diversi per ritrovarsi evirato.
Dopo un’eternità nella quale l’ipocondriaca, sua nipote, la vecchina coi figli, un tipo con le costole contuse e il sottoscritto, chiusi in una stanza si raccontano la vita (o meglio, io annuisco mentre loro mi raccontano la vita), mi portano in ortopedia.
Il medico fa un paio di battute che non sento ma fingo siano divertentissime. Non me ne frega un cazzo delle ciance: voglio sapere se è gesso oppure se con una mossa alla Bruce Lee o Chuck Norris mi sistemi la spalla!
Sublussazione. Non so cosa sia. So cos’è la lussazione (una mia fobia) ma non capisco se la SUB, sia meglio o peggio, non so se preoccuparmi o tranquillizzarmi. SUB significa sotto: o è meno importante o è più profonda, più seria.“Come agiamo” faccio io serio, sentendomi un po’ mia madre in Pronto Soccorso.
Tutto si risolverà con due settimane di antidolorifici e riposo, considerando che sono allergico ai fans, devo sperare che il paracetamolo faccia effetto.
E che sta sfiga mi abbandoni magari.

evalmont
3 giugno 2010 at 7:45 PM
questo periodo mi sa che è un po’ duro per noi……..
Guarisci presto! :/
M. Gabriella
6 giugno 2010 at 3:35 PM
Dal profilo FB di amica comune guardo il promo dello spettacolo Il Silenzio dell’Anima. Coivolta e colpita, anche per la scelta della canzone della Ferri che ieri ho ascoltato cento volte, mi incuriosisco, entro sul tuo profilo e leggo dal blog! Solidare e divertita. Domenica scorsa ho inciampato su un filo metallico, mentre correvo in zona di lavori in corso (pirla!). Frattura del gomito e gesso. Condizione atletica appena riconquistata…. finita nel cesso! E tutti gli annessi e connessi. Il braccio sinistro è all’altezza del suo compito e supplisce. E’ un male minore, ma assaggio di ridotta autosufficienza. Una vera lezione di vita.
Merda merda merda!
Andrea Ibba Monni
6 giugno 2010 at 3:39 PM
Grazie M Gabriella
ti aspetto a teatro allora
Stefania Bettini
1 giugno 2012 at 7:58 AM
ahahaha……Andrea mi piaci mi piaci mi piaciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii………………un abbraccioooo
Andrea Ibba Monni
1 giugno 2012 at 9:37 AM
ahahahah <3