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Transizioni

22 feb

Questo è un pezzo di diario di quasi tre anni fa: l’istante preciso di transizione e cambiamento della mia vita. Impressionante per me rileggere e capire, ancora una volta, come la vita scorra e tu con lei. Bello.

Ho ventiquattro anni e nel giro di un mese ho perso mio fratello e, ieri, mia sorella. E ho avuto però anche cose belle, è che raccontarle tutte ora, cosi su due piedi è difficile, perché la vita è un tale disastro certe volte…non riesci ad afferrare una cosa che subito la perdi, non ti ci puoi mai adagiare sulla vita perché è come una sfera rotonda sulla quale si deve stare. Quindi non riesco a raccontare tutto ciò che è successo in passato perché ho cercato di fermarmi (anche ieri ho cercato di fermarmi e di dimenticare). Guai a fermarsi, bisogna sempre muovere i piedi sennò si cade. E come vorrei cadere! Invece non ne ho la forza, non ne ho il coraggio e continuo a sgambettare per restare su e continuo a dimenticare. Nessuno te lo dice quanto è difficile. A me hanno avvisato molto spesso, ma è inutile far capire cos’è un terremoto a un uccello, fino a quando non ne vive uno con le zampe piantate perlomeno su di un ramo. E a me nessuno è mai riuscito a farmi capire la portata delle sofferenze, ma anche delle gioie, che la vita dà.

Ma bisogna viversela. Perché non dimenticherò mai che “la vita è bella anche quando è brutta”. E non ho bisogno di chiarire questa frase. Ho un bel libro, un bel libro con la copertina gialla bello grosso, e di questo libro ne ho addirittura due copie perché due persone hanno pensato di regalarmelo. È un bel libro di Gabriel Garcia Marquez, uno degli scrittori che amo di più e che ha scritto questo “Vivere per raccontarla”. Io da oggi, per un certo periodo la racconto per viverla. Per viverla davvero.

6 luglio 2007,

sera- Tutto inizia qui. A teatro. Il luogo che non ho scelto, il “non luogo” che ha scelto me. Qua di fronte uno dei tanti ragazzi di buone speranze e di buona stoffa sta provando un pezzo sulla guerra. Successivamente andiamo tutti a una conferenza della signora Angela Staube, ossia la moglie di Tiziano Terzani. Spero di fare in tempo a chiederle qualcosa in merito alla guerra. Perché l’idea di buttare giù queste righe viene proprio da un reportage di guerra e di vita che è “Niente e cosi sia” di Oriana Fallaci. Il mondo è in guerra perenne. E io scrivo queste cose perché sono in guerra con il mondo, in guerra con la vita. E come dice Oriana Fallaci, l’uomo lo si scopre in guerra. Non del tutto perché è alla fin fine è inclassificabile nella sua bassezza e il suo grado di virtù non è qualificabile. È una macchina talmente misteriosa l’uomo…

Oggi è simbolico. Nasce tutto dalla guerra. La mia passione per la vita, la mia passione per la scrittura, per la guerra: tutto nasce dal “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, libro che ho capito, ho capito a mio modo forse, ma va bene cosi. Cosi come ho interpretato a modo mio la Fallaci. E ora voglio capire me.

E tutto nasce dal teatro. Dalla guerra. Dal teatro e dalla guerra. Da quel teatro che è la guerra.

notte- La Terzani non l’ho vista. Il teatro era gremito. Impossibile entrare, impossibile parlarle e chiederle perché chi predica la pace facendo vedere quanto può essere bello l’uomo è più onorato di chi fa vedere quanto può essere brutto l’uomo predicando pure lui la pace. Ossia che differenza c’era, c’è e ci sarà sempre tra Terzani e la Fallaci? È giusto che i mezzi diversi di uno stesso fine abbiano per forza due considerazioni diverse? Si, come nella vita.

Mi ritrovo ad essere crocifisso perché invece che fare la pecora, faccio il lupo. Ne parlerò coi fatti.

È la guerra bellezza.

Fuori dalla conferenza solite facce di cattocomunismi e rivoluzionari del cazzo lesbo chic e barbuti caproni il cui puzzo di dogma stantio mi ha tenuto lontano dal foyer. Come mi fanno schifo i gruppi elitari, poi i comunisti hanno quella spocchia che mi fa proprio schifo. Comunque, penso non fosse davvero il tempo di porre quelle domande alla signora moglie di… mi è servito a conoscere ancora di più le persone e il fatto che certe volte mi faccio ancora mettere in soggezione dai pregiudizi e dalle sensazioni sbagliate che ho sulla gente. Chi l’avrebbe mai detto che nel gruppo teatrale che mi ha invitato a questa conferenza, ben due ragazzi mi avrebbero colpito stasera? Pazzesco. Uno in particolare, Ga’, mi ha sorpreso, mi ha spiazzato. Non faccio che pensare a lui. Non ha detto nulla di che, o fatto niente di particolare, ma credo sia proprio per questo che mi sento attratto come uno spillo da una grande calamita. Il suo modo è sicuro, deciso, non ha bisogno di sbandierare il suo carisma e il suo fascino, talmente è carismatico e talmente è affascinante.

Ci sono troppi avvenimenti e troppe cose da riportare da quando ho deciso di raccontare le cose che accadono, quello che vedo, quello che vivo, per capire cos’è l’uomo nella guerra della vita quotidiana. Mi si vorrebbe scoraggiare forse?

7 Luglio 2007,

Data particolare. 7.7.7. sette sette sette. Ennesimo armageddon? Quante volte avrebbe già dovuto finire il mondo?

mattina- Sono venuto a seguire l’esame di maturità della mia amica Astrid. Mi chiedo dove vogliano vivere e cosa vogliano fare questi ragazzi della mia generazione che non sanno neppure cosa significhi avere vent’anni. Perché credo che avere vent’anni significhi essere nel pieno delle possibilità che la vita può offrire: non sei più un bambino e hai finito l’adolescenza. Ma non sei neanche ancora un adulto, puoi benissimo permetterti di sbagliare, ma almeno hai l’obbligo di fare qualcosa. L’accidia culturale, ma anche la pigrizia pratica, la paralisi sociale, sono cose che conosco troppo bene per non detestarle. Cosa vuol dire? Vuol dire che se hai la possibilità devi correre (perché se cadi qualcuno ti aiuta a rialzarti o comunque non te ne fa una colpa nessuno), ma se ti limiti a camminare accusando una stanchezza che non puoi permetterti di accusare neanche a novant’anni, io ti disprezzo. Perdio, siamo uomini, mica bestie! Possiamo fare qualcosa. Dobbiamo fare qualcosa. E l’ho fatto, lo faccio prima di tutto con me stesso.

E qualche volta mi sono trovato ad invidiarli questi miei coetanei che se ne fregano e facendo proprio questo moto “me ne frego” sono i nuovi fascisti della società che non sono bianchi e non sono rossi, né cattolici, né atei, né sanno cosa sia tutto ciò, credono solo in loro stessi in quanto gruppo e non individuo, sono degli edonisti di massa superficiali che vivono ed impongono il loro estremismo nei confronti di chi non è nel gregge. E il gregge lo esclude, lo deride. Lo chiamano bullismo, bullismo un cazzo, questo è solo paura, frustrazione di essere nel gregge, è invidia per chi nel gregge non ci vuole stare, per chi non vuole brucare la stessa erba, per chi se la vuole scegliere quell’erba da brucare. Perché c’è ancora qualcuno che si vuole distinguere inconsciamente o meno. Come ho sempre fatto io a costo di pestaggi, di lapidazioni, di violenze psicologiche e fisiche.

Alla fine della fiera però, è sempre la solita vecchia storia del se potessi tornare indietro… Se potessi tornare indietro ovviamente rifarei gli stessi errori e le stesse giuste mosse sprecherei lo stesso tempo e rinvestirei quel poco che ho investito. Dovrei tornare indietro sapendo ciò che so ora e che spero che fra un po’ di tempo sarà nulla in confronto a ciò che imparerò con la vita. Impossibile.

« Les hommes sont si nécessairement fous que ce serait être fou par un autre tour de folie, de n’ être pas fou »

gli uomini sono cosi necessariamente pazzi che bisognerebbe essere pazzi di un’altra follia per non essere pazzi

Pascal

Io dico che bisogna essere pazzi di un’altra follia per capire la follia. Bisogna provare sulla propria pelle qualcosa di cui si vuole parlare. Ecco perché bisogna viverla per raccontarla e io la voglio raccontare per viverla.

20/9/2007 volo FR9932Y Cagliari-Pisa

Se dovessi dare retta in tutto e per tutto alla “mia” Oriana Fallaci, invece che scrivere queste righe facendo piano con la copia del Satyricon di Petronio che mi ha prestato Ga’, dovrei essere ancora a terra, sceso dall’aereo in preda a bestemmie. Sul bus che porta noi passeggeri all’aereo una ragazza piangeva. Piangevano tutti i bambini presenti qui nel velivolo. E dopo aver scelto con cura, precisione e scaltri movimenti il solito posto all’uscita di emergenza (così posso stendere il mio metro e venti di gamba), la donna accanto a me ha avuto un attacco di panico. “Questa porta sfiga” mi sono vergognato a pensare. Ora si è spostata. Per fortuna.

Dimensione viaggio e solito via vai di facce e storie che mi affascinano quasi mai e mi intrigano quasi sempre. Questi ultimi mesi in terra sarda (era da Aprile che non mettevo piede fuori dall’isola) sono stati molto impegnativi dal punto di vista emotivo. Ho perso il mio migliore amico e mia sorella, ho compromesso in maniera irrimediabile e non irrimediabile due amicizie e ne ho guadagnate tante altre. Ma soprattutto ho trovato l’amore. Anzi, sono stato fermo e mi sono fatto trovare. Ero pronto. Lo scossone emotivo causato da quelle due perdite mi ha fatto capire chi ero e cosa volevo, cosicché la serenità interiore mi ha permesso di essere finalmente pronto. E sono felice. Ormai da quasi tre mesi, non ho mai (mai) avuto un giorno triste. Mai. È fantastico. Ma voglio capire. Torno a Torino dopo un anno non meno intenso degli ultimi cinque mesi.

Torno in versione vacanziera a trovare l’amica di erasmus, Laura, che consegue la sua laurea magistrale. La vedrò finalmente con occhi sereni. Perché prima non lo ero, ora si. Vado alla sua laurea a godermi la bella Torino. E gli amici che mi accolsero tanto bene dodici mesi fa. Poi vado a Firenze. Magica Firenze. Dalla cara Micaela, Chiara e Yael che rivedo dopo due anni. Ma soprattutto vado a deporre un’orchidea sulla tomba di Oriana Fallaci. Un omaggio molto umile, non un pellegrinaggio.

E già c’è chi mi deride dopo aver saputo questo proposito. E chi se ne frega.

Fa freddo, ho paura per la mia schiena cui ieri è stata diagnosticata una mialgia lombo-costale guaribile in dieci giorni di analgesici e riposo. Quale riposo?

Sabato 22/9/2007 mattina

La schiena mi fa malissimo, davvero. Ieri è stata una giornata particolarmente faticosa. Ho preso il treno alle ore notturne, facendo un viaggio di otto ore in uno scompartimento dove un uomo puzzava, una vecchia ambigua mi fissava e una donna molestava un palmare con giocosa voluttà. Ho dormito seduto, ma poi all’uscita dalla stazione di Torino Porta Nuova, in via Nizza, la gioia mi ha pervaso. Mi sono goduto la caotica Torino sotto i ferri dei cantieri post-olimpiadi invernali delle sette e trenta del mattino, per una passeggiata di venti minuti fino a casa di Laura in Corso Marconi.

Poi da lì, tutto di corsa: la laurea, le foto, l’aperitivo, il pranzo, l’allestimento dell’esposizione delle foto che Laura ha fatto in Brasile, Sem Terra, l’aperitivo al Caffè Rossini, la gente con cui parlare, vecchi amici da aggiornare, i locali, e poi all’una e mezza del mattino finalmente a letto…e la schiena fa malissimo, davvero. A Laura poco importa di tutto ciò, lei è fatta così, non ci pensa o non ci vuole pensare. Tutto diverso da certa gente che mi asfissia pure con la propria finta apprensione. Tra l’altro tutti mi chiedono di fantasmi del passato a cui questa volta non penso neanche. E strano come la ruota gira.

Domenica 23/9/2007 mattina

Sono di nuovo vicino alla terrazza che da sulla Mole Antonelliana. Come un anno fa. In camera di Laura, piena di foto e di colori. Come un anno fa. Racconto la mia vita come un anno fa. Ma stavolta non fumo, la racconto a me stesso e le parole sono molto diverse. Sono parole dignitose, sono parole di vita.

Ho messo anche io un po’ di mio nella vicenda che più ci penso e più mi sembra assurda dell’ex amico che voleva farmi da educatore e per il quale avevo rinunciato ad essere vivo e vero. Non mi ha mai chiesto di farlo, ma è successo. E poi ha buttato al vento cinque anni con una e-mail, e poi è sparito, e poi è tornato con un’altra e-mail e poi ieri notte l’ho chiamato io per non lasciarmi l’amaro in bocca e la rabbia nel cuore. Ha fatto di tutto per far si che ciò accadesse, dopo pochi minuti di dialogo sereno ha di nuovo innescato una polemica non richiesta, cercando di pretendere (e allo stesso tempo allontanare) un’amicizia che non gli stavo rioffrendo per niente. Era solo un simbolo. Io, a Torino, come un anno fa. Tutto qui.

Solo dieci minuti di ritorno al passato per poi guardare al futuro senza rancori, perché certe volte si deve andare indietro per andare avanti, ognuno per se e dio per tutti. Se c’è una cosa che ho imparato è che nella vita voglio essere grato del momenti che passo con le persone, non voglio legarmi morbosamente e con rabbia possessiva a nessuno. Mai più.

Con Ga’, continuo a ripetermi, sono bellissimi e preziosi i momenti che passiamo insieme. Duri quel che duri. Poi se finirà almeno potrò dire di aver vissuto delle cose belle, vere, vive. È ciò che cerco di fare con l’ex amico che voleva farmi da educatore e per il quale avevo rinunciato ad essere vivo e vero.

No, non ci sono riuscito, mi resta un po’ di amaro in bocca. Perché lui è contraddittorio, irrisolto, incoerente, è poco vivo e poco vero. Com’ero io un anno fa. Ma poi le cose cambiano e le persone acquistano consapevolezza. Cosi spero succeda anche per lui. Per il suo bene.

Avrei voluto capisse quanto sono sereno, avrei voluto gioisse perché sono quello che lui ha sempre voluto che io fossi. Non posso pretendere nulla. That’s life e cosi sia.

Poi c’è Laura. Che per tre volte ieri ha ignorato una mia richiesta di dialogo. È che è strano voler restare amici a distanza, frequentandosi volontariamente organizzando viaggi e poi basare l’amicizia sulla superficialità. Superficialità.

Non sono arrabbiato, né infastidito. Sono affascinato da questa cosa. È certo strana la natura umana. Non faccio domande, me la vivo. Sono contento di come sta andando questo viaggio. Perché finalmente tutto ciò che mi turbava sta avendo risposta: il fallimento di Torino dell’anno scorso e l’ l’ex amico che voleva farmi da educatore e per il quale avevo rinunciato ad essere vivo e vero. Un anno fa ero avvilito e frustrato per non essere riuscito a farmi una vita qui. Ora so, che non solo non ho perso nulla, ma ho invece guadagnato. Non parlo di Laura che è un’amica, non parlo della città che è meravigliosa. Parlo di me. E l’ l’ex amico che voleva farmi da educatore e per il quale avevo rinunciato ad essere vivo e vero ora ha finalmente un ruolo nella mia vita. Ci ho messo cinque anni a darglielo e finalmente ci siamo. È il passato, un bel passato. Una transizione fruttuosa. Sentimentalmente spero che prima o poi ci si riveda e ci si rincontri. Pragmaticamente so che se leggesse queste righe si incazzerebbe moltissimo e non capirebbe (come non ha mai capito) che solo l’armonia con se stessi ci permette di essere in armonia con il prossimo.

Tutto scorre, le cose cambiano e si diventa grandi. Insieme o no. E la Mole Antonelliana è lì, che guarda le cose che cambiano…

Martedì 25/9/2007 pomeriggio

Dovrei essere su un treno eurostar che in due ore mi porta in prima classe a Firenze Santa Maria Novella, e invece sono su uno schifo di intercity che mi fa arrivare (spero) tra tre ore e mezza in una seconda classe a Firenze Santa Maria Novella. Incazzatissimo.

Non perché il mio dirimpettaio si fa panini al formaggio e affettati puzzolenti, ma perché oggi doveva essere “il giorno”. Invece “il giorno” sarà domattina. A Firenze, in via Senese, mi aspetta la visita al cimitero degli allori dove farò tributo alla grande giornalista e scrittore Oriana Fallaci. È fortemente simbolico per me. Ma ne parlerò in seguito se riterrò opportuno farlo. Oggi ho salutato Laura e come sempre mi sono commosso. Perché le voglio bene. Perché mi vuole bene a modo suo. Perché è triste e bello dirsi arrivederci. Sono cose della vita. A più tardi.

Mercoledì 26/7/2007 volo FR9935Y Pisa-Cagliari

Ecco fatto. Chiuso i conti con tutto ciò che dovevo chiudere. Con ordine.

Dopo aver salutato Laura con dispiacere (nel tempo mi dispiace sempre di più che questa ragazza speciale non sia una presenza fissa e costante e concreta nella mia vita) ho preso il treno per Firenze (sbagliando binario e quindi treno) e sono arrivato in serata nella bella casa di Micaela, la mia Tata.

Sono stato molto bene in un universo volutamente distante da me, dove gli amici sono pochi ma buone si parla senza particolari eventi o argomentazioni di sorta. Ho conosciuto Manuela (molto affascinante), Benjo (molto sexy) e Ernesto, un ragazzo calabrese di ventisei anni che lavora come restauratore, ha dipinto due quadri su commissione della produzione di “Marie Antoinette” di Sophia Coppola e cita interi dialoghi di film come “Scarlett” e “Titanic”. Ho capito, grazie alle sue pesanti avances, quanto amo e sono fedele alla mia dolce metà che mi aspetta a casa. Io fedele. Impensabile. E invece si.

Stamattina, in venti minuti di viaggio lungo via Senese, a Firenze, sono arrivato, accompagnato da Micaela ed Ernesto, al cimitero protestante evangelico degli Allori. Mi sono diretto al negozio interno di fiori, ho comprato le uniche due orchidee (brutte) rimaste, ho pagato e ho chiesto alla fioraia “Per la tomba dei Fallaci?”. Lei ha fatto una faccia di chi immaginava le intenzioni e le approvava e mi ha spiegato che stradina prendere e che avrei riconosciuto la tomba per il Cristo in veste rossa. Trattenevo le lacrime a stento salendo quella stradina bianca, fra le tante lapidi bianche e le croci bianche e le pietre bianche quand’ecco: il Cristo in veste rossa. Su una lapide. “Eccola” ho detto a Ernesto. Il cielo era uggioso. Una coppia si è allontanata poco dopo da là. Ho reso tributo a Tosca Fallaci, a Edoardo Fallaci, a Bruno e Neera Fallaci e poi eccola, la lapide che “Oriana pose con amore” in memoria di Alessandro Panagulis. Piccola. E al suo fianco , alta almeno un metro e mezzo: “Oriana Fallaci, scrittore”. Non ho provato nient’altro che gratitudine. Ho detto tra me e me “Oriana, ho mantenuto la promessa” mentre ponevo con gratitudine e rispetto i due rametti brutti brutti di orchidea, uno per Alekos e uno per Oriana. Per lei, per lui, per le poesie, gli articoli, il bambino mai nato, le interviste, inshallah, niente e cosi sia, l’apocalisse, la rabbia e l’orgoglio, la forza della ragione, un uomo, Penelope alla guerra, la lotta ai regimi, le loro due vite che valgono per mille vite e di vite ne hanno cambiate. Anche la mia. E sono andato via lanciando un bacio che il vento ha portato via. Tutto qui.

Yael è diventata bella e molto trendy. “L’israeliana” occhialuta e timida che ho incontrato in erasmus tre anni fa, ora è una biondina che si veste da modella. Abbiamo parlato (poco purtroppo) di Israele. Della colpa che lei dà a Israele e io no; dell’ignoranza della gente che lei perdona e io no; della guerra che lei ha visto e può argomentare e io no. Voglio andare in Israele. Voglio andare in Israele. Voglio andare in Israele. Voglio andare in Israele.

L’aereo sta decollando in questo istante. Ieri l’ex amico mi ha richiamato “per chiudere” un discorso per me mai riaperto. Voleva fare ancora polemica ci è riuscito. Il fatto è che non ho il suo rancore. Ho solo un bel ricordo. Siamo diversi e siamo cambiati: cosa che io non accettavo (ecco perché lui disse basta) e che ora è lui a non accettare (ecco perché io dico basta). Alla fine lui prende un aereo di sola andata per Londra, non so che cazzo vuole fare, ma è normale dopo l’eramsus. Gli ho detto che comunque vada spero che abbia un buon ricordo di me prima o poi. E che, con o senza di me, stia bene. Io starei bene con lui. E ci sto bene senza. Perché sono cambiato.

È talmente semplice come concetto che è difficile da capire, lo so e lo accetto. Se vorrà ci conosceremo come se mai ci fossimo incontrati. Sennò grazie (ma di cuore) arrivederci (in un’altra vita).

Ora torno, ma tra un mese vado a Barcellona e tra due mesi a Roma con Claudia.

Nessuna frase epica per chiudere il diario di questo viaggio, se non un semplice passo-e-chiudo, visto che è meglio parlino le mie emozioni che non voglio condividere. Passo e chiudo.

P.S: un fulmine ha colpito l’ala dell’aereo. La sfiga del viaggio di andata si è rivelata ora al viaggio di rientro. Meno male che posso scriverlo e raccontarlo.

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2010 in non classificato

 

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