Chiedo solo che il prossimo anno sia almeno come questo. Davvero. Ho avuto tutti i successi che ho perseguito, ho eliminato le cose superflue e ho guadagnato un pacco di soldi facendo ciò che amo. Sono libero, felice, sto per avere la mia prima nipotina, la salute regge e tutto va. Non serve altro. Speriamo bene, facciamo le corna e non ci si pensa più.
Questo capodanno fanno tutti i bilanci del primo decennio del duemila. Io credevo fosse passato almeno un ventennio…l’ho cominciato bambino e l’ho finito uomo…chissà tra dieci anni che scriverò.
Stasera cena e festa da e con amici, poi domani si cerca di combattere la mia eterna avversione per il primo giorno dell’anno. Felice. Auguro a tutti, ma davvero a tutti, questa serenità. Credo che se fossero tutti felici come me, non ci sarebbero più rotture di palle per nessuno. A U G U R I
CLICCANDO QUI si sente Noemi Letizia miagolare “All I want for Christmas”. Adesso siamo veramente apposto. Manca solo che Mariah Carey stenda un piano regolatore per l’urbanizzazione, che Daniele Interrante finisca il discorso che il Presidente Napolitano leggerà a fine anno e che io decida le coreografie del prossimo tour di Madonna e nel mondo tutti quanti si occuperanno di cose che non sono in grado di fare.
Ecco questo presepe vivente: Angelica a sinistra, porta in grembo Giulia, che tra un mesetto si rotolerà vittoriosa nel sole; al centro io, che sfido il principio per il quale le righe orizzontali sfinano, parcheggiato strategicamente a fianco alla mia rotonda sorella all’ottavo mese di gravidanza e al grasso albero di Natale (dai che sembro più magro!); a destra, di nero vestita, Laura, la nostra sorella maggiore futura madrina di Giulia.
Se potessi bloccare questo momento per sempre, credo che non esiterei. Ero convinto di essere immune dal classico sole-cuore-amore natalizio e invece mi ritrovo a scrivere certe cose ricordando come eravamo. Tre piccoli esseri che giocavano per interi pomeriggi e ogni trenta minuti c’era la pausa litigio. Un fratello piccolo (che poi sono io) che piccolo non è mai stato, felice di essere agli ordini di Angelica che, col dito in bocca era la “dura” del trio, quella che le giravano i cinque minuti e picchiava, mentre Laura, la primogenita un anno più grande di Angelica era quella delicata, che ci godevi troppo a farle perdere la pazienza. Inutile dire che loro erano un duo e in età di scuole medie mi hanno scaricato. Inutile dire quanto questo abbia segnato la mia adolescenza. Inutile dire che ora vivo serenamente quel loro rapporto che piano piano si sta ricostruendo dopo anni in cui non si rivolgevano più la parola.
E siamo cresciuti. Ieri Laura ha fatto un regalo di Natale a me e Ga’, un regalo per la casa…ormai io ho con chi fare coppia. Angelica farà il suo duo con sua figlia, Laura tra poco troverà pure lei con chi stare in combutta. Ma ci dimenticheremo mai di come eravamo? Io no. Risento ancora quei sapori, quegli odori, la luce che c’era la fuori quando si giocava, a dieci metri da dove scrivo.
Non mi sembra il caso di piangere.
Oggi pranzo da amici e festa notturna con altri. Se domattina mi sveglio sarà un miracolo.
25 DICEMBRE ORE 11: Ci siamo svegliati. Non era da dare per scontato, perché ieri dai miei cognati, ossia da sua sorella e il marito di lei, abbiamo sfidato le leggi della natura. Solo gli antipasti comprendevano tutto ciò che di commestibile ci sia in terra, mare e aria e in un’ora abbiamo dimostrato la banalissima affermazione “l’uomo è onnivoro”. E ci siamo portati avanti con l’alcool. Al primo l’immancabile pasta al forno che emanava un profumo talmente buono da ricordare il paradiso: alla mia domanda se il ragù aveva avuto un percorso di cottura di minimo tre ore accademiche, la cognata ha accartocciato la faccia (come solo lei e suo fratello sanno fare) e con l’aria di una che pensa ma-come-cazzo-ti-permetti, ha risposto, decisa, che il suo ragù ha cotto per quattordici (14!) ore. Due porzioni, così le faccio capire che quella cottura, che più che una cottura è il tempo che ci vuole per arrivare in aereo dall’altra parte del mondo, non è stata vana. Poi il pesce “giusto due spigoline”. Si, due spigoline da quattro chili l’una. E noci, nocciole, noccioline e arachidi, arance, melone, torta al cioccolato e vino vino vino (roba da cantina di intenditori). Lo si può raccontare per lo meno.
Adesso ci si prepara per un’altra sfida, non da poco: il pranzo di Natale a casa dei miei. Ne scriverò dopo, sempre se sopravvivo. L’ultimo Natale nella formazione che conosco da 26 anni, perché dal prossimo Natale avremo tra noi anche Giulia, la figlia di mia sorella.
Dopo una lunga, lunghissima giornata di lavoro, mi prendo esattamente 65 ore di relax, riposo, svacco, un’anticipazione di vacanza. Cosa farò? Mangerò, berrò, scarterò regali e mi godrò le facce di chi scarta quelli fatti da me e starò con le persone che amo: le famiglie d’origine mie e della mia dolce metà, i nostri amici comuni e personali. Circondati d’amore e senza pensare alle incombenze lavorative per 65 ore.
Non ce la farò. Amo troppo il mio lavoro per dimenticarmene tutto il tempo. Ma giuro che ci tenterò, in queste vacanze di Natale con un caldo inusuale (mentre scrivo ci sono ben 15 gradi la fuori), senza la benché minima intenzione di addobbare casa a festa e con tanto, tantissimo lavoro da fare, fino al 5 gennaio. Poi inizieranno le vacanze finalmente.
È sempre un casino fare regali…è sempre peggio. Tra l’altro, a uno che domani compie 2009 anni e che ha dato la sua vita per te, lui che è lo stesso che ha creato tutto quanto: cosa gli si regala?
personaggi e situazioni sono di pura fantasia e totalmente inventati. O forse no.
il cinese, l’Amica, l’obesa, l’innamorato, la mezza tedesca, Frengo, l’attore, la corsa, il musone, la barista
No, non è la lista di dieci dei prossimi abitanti della casa del Grande Fratello, bensì la lista dei dieci coinquilini che ho avuto nella mia esistenza. Persone con cui spesso ho condiviso molto più che le spese di casa, altre con cui non ho condiviso proprio nulla, altre ancora con cui non avrei mai voluto avere a che fare.
La mezza tedesca è il più bizzarro incontro di sangue crucco e sangue sardo, proprio perché prende gli elementi più strani da tutt’e due le sue patrie d’origine. Insomma, una che beve succo di mela dopo essersi lavata i denti (“perché la menta ne esalta il sapore”) e che non parlando una parola di sardo e non essendo particolarmente legata all’isola è invece una irriducibile barricadera (tipo mia madre, e chi conosce sa cosa intendo) non può che esser ritenuta uno scherzo della genetica.
Dico subito che la mia quinta coinquilina in ordine di coabitazione, nonché giro di boa di questa serie di racconti, è una delle poche dei dieci di con cui mi sento a disagio a scriverne, l’unica, inoltre a stare qui con me per quasi due anni. Non sarò obiettivo e distaccato come sono stato o sarò invece con gli altri, poiché gli altri li divido in due categorie: indifferenza e amicizia. Lei sta nel mezzo, lo è sempre stata. Distaccata e fredda come una tedesca, tenera e amabile come una sarda. E a questo genere di persone io ci muoio dietro. A lei nello specifico, ci morivo, ora non più, forse un po’.
Quando si è trasferita a casa, in sostituzione dell’obesa io l’ho amata subito come si ama l’animale curioso dello zoo: la osservavo, la scrutavo, ne ero affascinato. Addirittura ne ho provato quasi attrazione. Lei è una donna di mezza età, anzi una ragazza grande non particolarmente bella né particolarmente interessante di per se, ma la sua fragilità e nello stesso tempo la sua forza di donna, la rendono affascinante, proprio perché da scoprire, scomporre, capire cosa c’è li dentro.
Amava Boy George quand’era un’adolescente e credeva che lui potesse amarla. Un po’ come le ragazzine d’oggi che si infatuano del primo ricchione di turno che fa un bel filmetto o canta una canzoncina con gli addominali in bella vista. E pazienza se lo guardi da vicino e vedi che è più truccato di te. Lui è etero. Si, e Carla Fracci e la donna più simpatica del mondo. Ora io dico, Boy George non era certo uno che si trucca discretamente come Zack Efron, è più un Bill Kaulitz degli anni di piombo: come puoi non accorgerti di nulla e provarne addirittura adorazione ormonale?
Mi ha fatto un regalo grande quanto inaspettato (e forse proprio perché è inaspettato che è grande): Milagros. Milagros è sua figlia, ora diciottenne, un’amica, una persona come poche se ne conoscono. È venuta a vivere qui anche lei per un po’, e non è nell’elenco perché la sua è stata una conseguenza al vivere qui della madre.
Punto.
Non ho grosse cose da raccontare sulla mezza tedesca, la donna più odiata del vicinato. Si sappia infatti che io per vicini di casa ho una sorta di Olindo Romano e Rosa Bazzi, due famiglie di quartesi (abitanti di Quartu Sant’Elena) della peggior specie, che non hanno mai capito e tollerato tutto ciò che va al di fuori della portata del proprio naso. Figuriamoci una donna divorziata che va a vivere con un ragazzo quasi coetaneo della figlia, una donna non sarda, una che non sta a spettegolare con loro, una che non va a fare finta di essere cristiana in chiesa, una che a malapena ti saluta se ti vede per strada….dio, dovrei scrivere delle robe sui miei vicini, quelli si che ne avrebbero da raccontare….
Invece sulla mezza tedesca non ho altri aneddoti divertenti se non dentifricio+succo alla mela, Boy George e strafalcioni linguistici (non se e quanto possano essere scusabili visto che ha vissuto solo 13anni in Germania). Lei è infatti Karen Walker, una delle celebrities di questo blog che contribuisce a rendere la pagina Frasi da Calendario una delle più lette.
E le voglio bene, nonostante tutto.
P.S: nonostante gli ultimi due post siano stati semi-seri, giuro che dal prossimo ci sarà di nuovo da ridere e basta.
Mauro superquark: Il ghepardo è la donna del leopardo
Rovermoot 2009: La senti questa voce? POBAAAAAAAAAA
Ga (sardo sono lampu!): Andrea, non voglio vederti addosso a gente picchiandovi
Rita: La tarma del legno…. (il tarlo??)
Wallace: Nessuno apriva parola!
SETTEMBRE 2009
Menù del Ristorante cinese (vero): gambery con salsa, spighitti in piastra e maiale con mabbù e finghi.
Karen Walker: La nave stava affogando (e vai e falle la respirazione bocca a bocca)
Rosy: Oggi è stato un tour de cors!
Baloo: Sento la presenza di un pene a fianco a me
OTTOBRE 2009
Al laboratorio:
lei: “M’illumino di immenso”
io: “Ora falla arrabbiata”
lei: “Era questa”
io: “ah….”
Hermione: Che pizza! Non sono come Claudia con le tette a qui!
NOVEMBRE 2009
Rosy: A Giulia (sua figlia, n.d.r.) le mettiamo un pisello nella schiena che lo sente bene e forte, come la principessa che gliel’hanno messo nel materasso.
Stanotte ho sognato di tornare tra i banchi di scuola delle superiori. È una cosa che sogno spesso, forse legata al fatto che voglio prendere una seconda laurea, forse legata alle mille messe alla prova che ho ogni giorno e che mi creo sempre nuove, forse una cosa che sogno perché ho tante cose in sospeso, tante rivincite che mi vorrei prendere tra quei banchi che odoravano di gomma per cancellare e ormoni maschili di pubertà.
Nei sogni precedenti avevo una enorme lacuna in geografia (materia con la quale non ho mai avuto problemi nei primi tre anni di superiori in cui era d’obbligo) ma oggi ho sognato quella enorme stronza che all’istituto nautico dove mi sono diplomato perito per i trasporti marittimi, insegnava (insegna tuttora?) biologia e chimica. L’ho odiata la puttana. Sminuiva tutti quanti col suo modo di fare viscido e arrogante, accoltellava alle spalle i colleghi quando era con noi. Accoltellava alle spalle noi quando era coi colleghi.
Oggi, nel sogno, decido di tornare a scuola, alla soglia delle vacanze natalizie decido di parlare coi professori per stabilire insieme a loro un calendario di verifiche così da recuperare i tre mesi persi per lavoro. Cazzo, sono Dottore in Scienze Politiche, devono tener conto del fatto che l’istruzione è un diritto e io me ne voglio avvalere onestamente! Invece la troia mi butta giù. I miei compagni di classe sono tutti i miei allievi del laboratorio teatrale.
Mi sveglio incazzzato e vengo subito a scrivere questo sognaccio quassù, seguendo la teoria che mi ispira fin da bambino: se racconti il sogno non lo rifai mai più. Speriamo.
Arriva “Ovunque Proteggi”, nuovo cortometraggio di Ferai Teatro, la compagnia di Cagliari che nel 2010 ha un bel po’ di progetti artistici e culturali in serbo per l’isola e non solo. Stay tuned!
Nella foto la performance Video Art dello spettacolo “L’Arte come veicolo”: “Spettri d’acque profonde” di Andrea Ibba Monni, con Andrea Ibba Monni, Andreina del Raso, Giulia Paderi, Camilla Mulas, Alessio Pes, Mauro Ferrari. Foto di Margherita Vargiu, QUI IL VIDEO.
Clima natalizio? Non lo sento per niente, un po’ il Grinch, un po’ Ebenezer Scrooge si, ma sopratutto persona impegnata che pensa al lavoro, al viaggio in Germania e sopratutto al fatto che tra un mesetto entrerà nella sua vita (per sempre) la sua prima nipote: Giulia. Quest’anno in cui non dovevo fare regali a nessuno, ho speso un sacco di soldi per fare regali a chiunque, un po’ è successo, un po’ mi ci hanno obbligato le cose della vita (tipo un’amica incaricata di comprare tre regali, per tre persone ne ha invece presi quattordici per quattordici persone, stronza!). Ma sta passando questo periodo dell’anno nel migliore dei modi: sto lavorando, che per me significa che mi sto divertendo.
E come sempre son pieno di curiosità per l’anno che verrà, 2010. Come sempre spero sia un anno positivo almeno quanto questo che sta finendo e son sicuro che sarà così, perché le prospettive son queste.
Ieri son andato al cinema con Ga’ ed Enrico a vedere A Christmas Carol, di Robert Zemeckis, bellissimo film. Ma non ero nel clima natalizio né prima né dopo. Né stranamente durante. Però mi piace il Natale, la gente che si ama un po’ di più (ipocrisie a parte) e il pensiero a quel Cristo venuto al mondo per morire per noi ha un fascino ancora intatto.
A proposito, ma a uno che è figlio di Dio, che compie 2009 anni e che ha dato la vita per miliardi di persone, cosa si regala senza cadere nel banale?
personaggi e situazioni sono di pura fantasia e totalmente inventati. O forse no.
il cinese, l’Amica, l’obesa, l’innamorato, la mezza tedesca, Frengo, l’attore, la corsa, il musone, la barista
No, non è la lista di nove dei prossimi abitanti della casa del Grande Fratello 10, bensì la lista dei nove coinquilini che ho avuto nella mia esistenza. Persone con cui spesso ho condiviso molto più che le spese di casa, altre con cui non ho condiviso proprio nulla, altre ancora con cui non avrei mai voluto avere a che fare.
“Periodo di puttanesca chat”, alzi la mano dalla tastiera chi non l’ha avuto, sopratutto quelli che come me non disdegnano, oppure non hanno disdegnato o non disdegneranno mai le nuove conoscenze online. Fai “amicizia” in chat a tema, riempi il carrello di infinite conversazioni, é come un supermercato senza luce elettrica: apri le confezioni e assaggi qualcosa, poi rimetti tutto sullo scaffale oppure butti per terra (tanto non se ne accorge nessuno, nessuno ti vede).
Io ho passato quel periodo, ormai da due anni e mezzo sono assolutamente fedele e totalmente appagato dalla mia vita amorosa. Ma tanto tempo fa mi lasciavo travolgere dalle onde della navigazione in internet, alla disperata ricerca di un qualcuno che mi amasse, o almeno mi volesse bene, ma con la consapevolezza che quel qualcuno non l’avrei trovato online. Quindi sapevo di perdere tempo, ma mi davo il beneficio del dubbio. Il solito coglionazzo che si dà il beneficio del dubbio anche quando prende quel che è palesemente zucchero per condire l’insalata. Magari mi sbaglio. Idiota.
Ecco che nel naufragio più totale, alla deriva dei sentimenti e compagnia bella, conosco un ragazzo che sempre virtualmente mi presenta il suo ex fidanzato: l’innamorato. Tante risate e una valanga di complimenti per il sottoscritto, il suo ego e l’ego del suo ego. Fregato. Tutto ciò avviene a giugno o luglio di un po’ d’anni fa, e dopo l’esperienza torinese durante la quale l’innamorato diventa un amico su cui sfogo le mie frustrazioni, si va a vivere insieme: io, lui e l’obesa. E da qui inizia la parabola discendente.
Comincia a nascere qualche sospetto sulla natura di quest’amicizia quando io mi buco le orecchie e lui pure, io apro l’account flickr e lui anche, io ho il blog e se lo fa anche lui, io parto e lui vuole partire con me (viaggio quasi disastroso), io mi iscrivo all’università e anche lui si immatricola, io mi gratto il culo e lui mi imita, io scappo da lui ma lui purtroppo non scappa da se stesso (ed ecco che non si può affermare che fa tutto ciò che faccio io). Il sospetto cresce quando mi fa regali costosi che dopo un po’ gli restituisco; il sospetto diventa certezza quando mi fa scenate perché io, uccel di bosco, mi interesso a questa ragazza o a quel bel tipo; il sospetto diventa concreto quando mi dice che è innamorato di me (e da qui il bel soprannome originale che ho creato per questo post).
A parte questa piccola ossessione che poi era un lusinghiero culto della mia persona (il mio ego e l’ego del mio ego insomma ne hanno giovato sempre), la convivenza è stata quasi sempre positiva. Era bello parlare prima di dormire o mangiare schifezze davanti alla tv, o fargli scherzi insieme a l’obesa o successivamente alla tedesca. Era un amico, bizzarro, pettegolo e particolarmente brutto, ma pur sempre un amico che mi era stato vicino in un momento delicato della mia vita: è stato nella sua buffa personcina, uno dei coinquilini più divertenti mai avuti, uno con cui si vedevano i reality e con cui si rideva per tutto.
Peccato che non abbiamo saputo gestire questo sentimento che non aveva a che fare con l’amore, ma forse era capriccio o proiezione di qualcosa che non c’era. Mi è capitato spesso di diventare un idolo sacro di persone che poi, accorgendosi che non sono un idolo e tanto meno degno di sacralità, me ne han fatto una colpa e mi hanno riversato addosso la rabbia e la frustrazione di chi ha comprato un Dolce&Gabbana che poi s’è scoperto essere un Golce&Dabbana. Ma non c’è scontrino che valga la garanzia, mi spiace. Forse alla lunga mi viene da pensare che non era nemmeno amicizia, ma poi mi do il beneficio del dubbio. Ancora.
La convivenza è durata fino a quando io mi sono innamorato davvero (ma di un’altra persona) e da bravo uccel di bosco ho fatto il nido. Tra l’altro il pretesto è stato uno scontro politico su opuscoli di Forza Nuova trovati per casa e che avevo chiesto a un conoscente di fornirmi perché volevo tanto sapere quanto fossero coglioni quelli di Forza Nuova e invece ho scoperto quanto fosse coglione l’innamorato. La convivenza è finita così, come fosse stata nulla, per un pugno di nostalgici fascisti e per la consapevolezza che quell’Amore non gli sarebbe mai e poi mai toccato. Un vero peccato per ciò che è stato fino a quel momento, un gran sollievo per quello che poi è successo dopo.
P.S: tra i vari coinquilini, ho dimenticato di citare quello che lo è stato per una settimana, ma senza dubbio uno dei più strani personaggi sotto questo tetto: Frengo.
Questo ragazzo è morto in palestra…perito per il troppo sforzo causato dalla nuova scheda che la sua istruttrice-modella-filiforme-che-magna-come-una-maiala-di-fronte-a-chi-s’allena (soprannome di facile richiamo) gli aveva preparato. Nel delirio finale, rantolando, pare abbia chiesto un panino con mortadella, salame, ketchup (sua grande passione) e maionese accompagnato da un bicchiere di succo alla pesca. Pace all’adipe sua.
Era un ragazzo simpatico, con un salvagente di carne e grasso attorno alla vita che lo aveva reso celebre: era l’unica persona di sesso maschile a ingrassare a 360° piuttosto che solo di stomaco. Benché esemplare raro, era triste quando si ricordava che il proverbio “uomo di panza uomo di sostanza” per lui poteva essere solo il cacofonico “uomo di salvagente uomo di grasso cadente”.
Lascia un fidanzato dal fisico perfetto (e beato lui), un frigo con tanta frutta e verdura e un pacci di sconsolate pastine al cioccolato nascosto nella dispensa.
Si sta toccando il fondo, e ancora più giù. Vergogna. Ormai dopo le puttane di intelletto, le puttane di corte, le puttane in parlamento e quelle di professione, ci mancava solo la statuetta di pietra che colpiva il premier. Stiamo scendendo sempre più giù e non si vede una via d’uscita. Né con le botte, né con le parole, le idee, il libero pensiero.
Mi vergogno di lui, di chi l’ha colpito, di chi ne gioisce e di chi userà questo evento pro o contro.
Mi vergogno di essere associato a lui, a chi lo chiama dittatore e se ne augura pubblicamente la morte, a chi lo ama e lo acclama.
Mi vergogno di condividere il suolo con chi se ne frega.
che poi dopo un minuto di video di questa Laur Scimone d’oltre oceano, vien voglia di prendere il primo aereo diretto a NYC o ovunque lei abiti e strozzarla con quel ciondolino che ha appeso al collo. Belle le braccia: non si vedono bene ma sembrano due bianche saccaposh.
Facebook è un social network diabolico, la cui finalità è alquanto ambigua: la gente potrebbe venire a sapere di quel fastidioso prurito intimo o di quanto sia stato valido il bifidus activia regularis; potrebbero girare le tue foto di quella serata open minded al club “struscio” per scambisti, o quella foto in cui sembri Emily Rose, si quella dell’esorcismo:
Ecco perché ho deciso di dominarlo a modo mio, con l’apertura di due profili: ho quello con il pugno di cento persone che possono sapere ciò che voglio che sappiano e vedere ciò che voglio che vedano e poi ho quello “Andrea Ibba Monni”, dedicato a chi non mi conosce, o mi conosce solo come attore e teatrante in cui evito di aggiornare riguardo la mia attività intestinale, sessuale, alimentare, amorosa, alcolica e sti gran cavoli, ed evito che la gente pubblichi foto mie in situazioni tipo orgia party, scommessa persa, serata intima tra amici in cui non avevo voglia di lavarmi i capelli. So che sarebbe molto più interessante vedere e sapere queste cose, ma no, non sono ancora arrivato alla frutta.
Succedono cose simpatiche: da gente che mi fa i complimenti per gli spettacoli a teatro, i video, questo blog e compagnia bella, fino a gente che mi scambia per qualcun altro. Fatto sta che tra più di mille “amicizie”, spunta questo tale Ole Chidi, aggiunto a caso (o forse lui aggiunse me) che mi manda questa e mail un paio di settimane fa:
a greeting from chris, how ar u, happy exmas and where will u spend ur exmas for long am longing to hear from u (03 dicembre alle ore 1.50)
La mia voglia di rispondergli è pari al corretto uso della sua punteggiatura: zero. Non lo faccio. Se dovessi rispondere a tutti coloro che mi scrivono questo tipo di email, dovrei mollare il resto delle cose che faccio.
Torna all’attacco dopo due giorni:
Andrea i am long to hear from u. how are u doing, and where will u spend ur ex-max
(05 dicembre alle ore 19.44)
Ma fatti i cazzi tuoi! Fattene una ragione: non ti conosco, non voglio farmi l’amico di penna e non so cosa diavolo farò a Natale, forse mi ammazzo di dolci e pastasciutta, pandoro e nutella come tutti, come sempre, per poi pentirmene come sempre. Ma che vuoi? Non rispondo, non mi interessa, ripeto. Ed ecco che accade una cosa strana, mi scrive la email che finalmente mi dà l’idea di cancellarlo dai contatti:
please when writing to me, preferable English language than other because i understand it more better but the picture on your wall facebook i don’t really like it, so abusing, bye
(10 dicembre alle ore 15.56)
Ma io dico…non ti scrivo, ti lascio vivacchiare nel mio gruppone di perfetti sconosciuti/colleghi/conoscenti e ti lamenti che non scrivo in inglese e non ti piacciono le mie foto? La gente è matta…
tu mi scrivi privatamente e io ti rispondo nelle pagine che pare ti piacciano tanto, perché parliamo di cose intimamente universali, (non intime) e perciò credo e spero di non farti torto scrivendoti qui, invece che all’indirizzo email.
Scappare non è mai una cosa che alla lunga si rivela positiva. Io dicevo alla gente e raccontavo a me stesso che mi sentivo “un pesce grosso in un acquario piccolissimo”. Balle. Per di più la gente mi odiava, detestava questa spocchia che poi spocchia non era, ma solo una visione sbagliata della realtà, una veduta contorta e confusa del futuro, una cantonata colossale molto lontana dalla superbia e dalla superiorità. La verità è che inseguivo una vita non mia. E bisogna stare attenti a ciò che si è, perché ci si ritrova a perdere un sacco di tempo e di soldi.
Torino è una città bellissima e per me era la meta ideale. Ma quella vita che volevo regalarmi non mi apparteneva e solo adesso vedo che sbagliavo (col senno di poi siamo tutti bravi e saggi) perché adesso ho ciò che volevo: la felicità data dall’equilibrio. Scappavo o inseguivo qualcosa o qualcuno che non voleva essere acchiappato (e che ho acchiappato ora che me ne son rimasto qui e ora che non lo voglio più) e tutto ciò che mi succedeva attorno cercava di riportarmi nella giusta via: a casa, la Sardegna.
Tu hai la musica, io ho il teatro. È sempre l’arte che guida la vita della gente e credo che essendo io sardo e tu di Palermo, il fatto di essere nati e cresciuti su un’isola, non sia un particolare superfluo. E non è la gente che ammazza i sogni. I sogni sono aspirazioni che muoiono laddove sono solo innamoramenti fatui, si concretizzano se sono tensioni reali.
In sostanza, come dice un artista che ho avuto la fortuna di avere nella mia vita:”ciò che ami davvero, non ti verrà strappato”.
P.S: anche io vorrei vere quella mega voce da cantante!
personaggi e situazioni sono di pura fantasia e totalmente inventati
il cinese, l’Amica, l’obesa, l’innamorato, la mezza tedesca, l’attore, la corsa, il musone, la barista
No, non è la lista di nove dei prossimi abitanti della casa del Grande Fratello 10, bensì la lista dei nove coinquilini che ho avuto nella mia esistenza. Persone con cui spesso ho condiviso molto più che le spese di casa, altre con cui non ho condiviso proprio nulla, altre ancora con cui non avrei mai voluto avere a che fare.
Chiarisco subito che non ce l’ho con i grassi, ma ho scelto questo titolo, “l’obesa” perché è la qualità migliore della mia prima coinquilina in Sardegna.Ero disperato perché avevo cercato invano di trasferirmi altrove e ricominciare una vita (scappavo da cosa? da chi? ancora non so) e invece ero tornato a casa con la coda tra le gambe, il portafogli vuoto e una gran voglia di ricominciare davvero. Così avevo colto la palla al balzo e avendo la casa dei miei nonni libera, avevo deciso di affittare una stanza, così da emanciparmi dai miei genitori e di riconquistare l’indipendenza perduta.
Ecco che lavorando con una compagnia di teatro dedita alla nonviolenza (sulla carta son tutti buoni e cari), conosco questa tipetta di paese dall’aspetto alquanto bizzarro: dread rosso fuoco, piercings in ogni dove, novanta o cento chili di ciccia avvolti in scialli e turbanti, stivali e gonne, camicioni e ponchos, fiocchi e cappelloni sgargianti. Insomma, come disse mia sorella “le manca il flauto di pan e poi ha tutto ciò che può avere!”. Viene a vivere a casa portandosi dietro bambole, bamboline, acchiappasogni, streghe di pezza, scope e ampolle, piume e animali imbalsamati. Una roba pazzesca, ma lei è della religione wicca e io porto il massimo rispetto. Non batto ciglio perfino quando per Natale (ma non eri wicca?) mi regala mutande e un sacchetto contenente una mistura di caffè, menta, basilico, rosmarino, salvia, aceto, sale, olio e preghiere varie (oltre che una puzza nauseabonda).
L’obesa era un personaggino abbastanza subdolo che si è insinuato nella mia vita spargendo in giro voci false e tendenziose sia nell’ambiente di lavoro (faceva teatro con me) che tra i miei amici. È stata una delle cause della rottura con un mio ex (l’altra causa era che non ero innamorato, mica poco) perché lei, dopo avermi dichiarato amore eterno pensava che se non potevo esser suo, non lo sarei stato di nessun altro. Ruttava quando rideva ed era invadente come una rettoscopia. Mi son rotto le palle dopo un mesetto di lei, della gente che portava a casa di nascosto, della sua poca igiene e delle sue minacce da “Attrazione fatale” trasformato in Perry Mason e col Codice Civile in mano ho bussato alla porta della sua camera-grotta e le ho elencato tutti gli articoli per i quali impugnavo il contratto di locazione. Son bastate le parole contratto e locazione e lei ha cominciato a non capirci più nulla, la sua ignoranza era tale che potevo anche inventarmi qualsiasi cosa e se ne sarebbe fuggita a gambone levate.
Lei e l’Attore (di cui scriverò poi) son stati gli unici coinquilini che ho mai cacciato da casa. Quando lei se ne andò la trattai malissimo, con grande disprezzo, sopratutto perché rappresentava ciò che rischiavo di diventare. Grosse e grasse risate con l’altro coinquilino che nel frattempo si era trasferito da me, prossima persona di cui scriverò: l’innamorato. Abbiamo festeggiato con tre giorni di sangria la dipartita della cicciona, bruciando a mo di makumba i sacchettini contenenti una mistura di caffè, menta, basilico, rosmarino, salvia, aceto, sale, olio e preghiere varie (oltre che una puzza nauseabonda) e abbiamo accolto la nuova coinquilina: la tedesca.
Si dice che la grande prova d’attore è quella di interpretare un personaggio femminile, si dice. Io l’ho fatto, nell’ultimo spettacolo della Compagnia La Maschera di San Sperate, ormai lanciata nel filone della commedia musicale (suo anche quel Pinter non l’avrebbe mai scritto che sta girando la Sardegna con strepitoso successo). Lo spettacolo in questione si chiama Gratta&Vinci e le allegre comari e racconta una tranquilla serata casalinga tra “amiche “chiamate ad aiutare Efisia a grattare un milione di gratta&vinci entro mezzanotte per riscuotere la vincita: sorgono invidie e gelosie, vecchi rancori e l’ipocrisia del caso.
Io sono Piero, fratello di Efisia, che per l’occasione torna a casa dalla sorella nonostante sia stato cacciato dalla “comunità” in quanto prostituta transessuale. Si canta, si balla, ci si diverte. Tocco i due metri e dieci d’altezza, aggiungendo alla mia i 15centimetri di stivalone nero in pelle, ma se pensi che il tacco sia stato il mio maggior problema, non hai valutato le altre cose:
La depilazione: la domanda è “come fanno le donne a levarsi i peli dal retrocoscia senza dover assumere la posizione 256 del manuale-del-perfetto-contorsionista”? Prima accorciati, poi incremati e spazzati via con un guanto simil carta-vetrata, infine rasati via col rasoio, sti peli mi hanno dato un gran da fare. Felice di essere nato maschio, adesso mi ritrovo con l’annoso problema della ricrescita che mi fa sembrare un ruvido esemplare di uomo, con le gambe pallide e a pois neri. Evviva.
Il trucco: un’ora di trucco è il prezzo pagato per entrare nel personaggio. Ma ovviamente il problema non è stato quello, bensì il doversi rasare la barba senza posa per tutta la settimana di prove generali e di spettacoli. Barba e basette. E io che ho la faccia tonda, sembravo un bambino di un metro e novantacinque, uno scherzo della natura. Per non parlare del rapporto con la truccatrice che mi ha fatto una scheda trucco degna dei rapporti CIA: tre sfumature di fondotinta, polvere di riso per fissare, spugnette bagnate per compattare, eye liner per ingrandire, matita e matitona per labbra, phard e riti propiziatori per scongiurare lo scioglimento dell’intonaco della faccia-ta. E siccome domenica c’era tanta gente, siccome abbiamo deciso di replicare lo spettacolo a quindici minuti dalla fine del primo (nonostante ciò ci son state persone che non sono riuscite a vedere lo spettacolo), mi sono ritrovato una maschera spessa e indistruttibile di cerone mischiato a sudore, una sorta di Alex di Arancia Meccanica versione drag queen.
L’anatomia inutile: e che dire del fatto che avevo qualcosa che non andava tanto bene per il personaggio? Diciamo che se il buon dio o chi per lui avesse fatto i genitali smontabili, mi sarebbe andata di lusso. Invece no (meno male), avevo gli abitanti di Mutandaland schiacciati dal body color carne, dai collant neri e dalla minigonna aderente. Una roba da ritrovarmi i gioielli della corona e lo scettro della regina vicino a fegato, pancreas e compagnia bella. Però sembravo Ken di Barbie. Anzi, sembravo Barbie, una gigante Barbie che la ragazza della segreteria del teatro si divertiva a pettinare. Beata lei che si divertiva…
L’anatomia posticcia: mettersi un body con tette e culo finti, fatti di gommapiuma e andare in scena così, sotto le luci dei fari e cantare, ballare e recitare reggendosi in equilibrio sui trampoli di pelle nera, è equivalso a farsi la sauna. Sono dimagrito, sudando come Paolo Bonolis ai tempi delle telefonate di Tira&Molla. Ma chi ha mai avuto due tette da urlo come le mie?!
Ne è valsa la pena? Assolutamente si. Piera è uno dei personaggi della mia carriera cui sono più legato, perché mi ha fatto abbattere molti limiti, qualche complesso e pure la forza di gravità.