La bambina guarda incuriosita da sotto le folte sopracciglia nere, tutta quella gente che si avvicinava e stringeva le mani dei suoi parenti.
Io penso che alla sua età (cinque o sei anni?) anche io guardavo incuriosito la gente in chiesa. E lo sto facendo anche ora con lei. Frequento la chiesa solo per rari matrimoni e rari funerali, anche se di funerali ne feci il pieno tra il 2006 e il 2007 con ben 5 morti in quattro mesi. Ogni volta la stessa cosa: tanta serenità per un’importante funzione di interiorizzazione delle emozioni suscitate da una perdita, ma angoscia, bilanci, tristezza per chi resta e tanta rabbia per ciò che è la morte.
L’ultima volta che entrai in quella chiesa, la chiesa di San Antonio, era uno dei 5 suddetti del 2006-2007. Soffiava un gran vento, un vento micidiale, e la chiesa era affollata di gente. Eravamo in piedi, accalcati l’uno all’altro a salutare la giovane Caterina, solo una quarantina d’anni vissuti senza conformismi, che secondo me, se ne stava lì a guardare che avessero rispettato la sua volontà di avere corone di corbezzoli, lentischio e palme, che ci salutava uno per uno. L’aveva programmato il suo funerale, perchè sapeva di dover morire presto. Non è giusto. E tutto quel vento che frustava l’ego, l’ipocrisia: innaturalmente forte e rumoroso per combattere innaturalmente stupido e meschino.
Lacrime di rabbia, come sempre. Di dispiacere per chi resta e soffre, come sempre.
Ieri no. Perchè tutti quei funerali, tutto quel vento, tutte quelle lacrime, mi hanno reso un uomo. E come tale riesco a pensare che una vita ce l’ho ancora, bella e brutta, ma sempre bella anche quando è brutta. Perchè dovrei piangere, perchè dovrei lamentarmi?